Lo stupore dell’incontro

Esperienze missionarie dall'Europa con i Missionari della Consolata

Il gruppo sardo in Kenya.

Ragazzi, giovani e meno giovani, raccontano le loro esperienze missionarie.
C’è chi è partito dal Veneto per tre settimane in Etiopia, chi dal Portogallo per l’Angola. Ragazzi hanno fatto settimane di campi e giochi in Italia.
Altri sono stati in Marocco, in Kenya, hanno camminato verso Santiago o celebrato il Giubileo.
Tutto questo nelle prossime righe qui sotto e in altri articoli di Amico online.

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Meraviglia Etiopia

Otto giovani veneti ventenni hanno vissuto tre settimane in Etiopia.
Nella capitale Addis Abeba e nel villaggio di Modjo hanno osservato il contrasto tra la povertà estrema di molti e lo sfarzo di alcuni luoghi lussuosi.
Ma hanno soprattutto incontrato persone che li hanno fatti sentire a casa.

I giovani che dal Veneto sono andati per tre settimane in Etiopia.

Siamo il gruppo «Buna al volo», del centro missionario Casa Milaico dei Missionari della Consolata di Nervesa della Battaglia (Tv). Otto ragazzi e ragazze tra i 20 e i 21 anni (Emma, Noemi, Silvia, Martina, Elena, Elia, Pietro, Matteo).
Tra luglio e agosto 2025, accompagnati da Sara ed Erica, e da padre Daniel Handino, abbiamo
vissuto un’esperienza missionaria in Etiopia, dove abbiamo trascorso tre settimane meravigliosamente intense.

Abbiamo avuto la possibilità, infatti, di entrare in contatto con un mondo diverso da quello che conoscevamo ed è stato profondamente arricchente.

I primi tre giorni sono stati dedicati alla scoperta della capitale, Addis Abeba, una grande città «in costruzione», dove convivono due realtà radicalmente antitetiche: da un lato imponenti grattacieli, hotel di lusso e traffico caotico; dall’altro baracche in lamiera, strade sterrate e tanta povertà.
Questo contrasto ci ha accompagnati per tutto il nostro viaggio, ma si è fatto ancora più evidente il giorno in cui, insieme ad alcuni padri missionari, abbiamo visitato due dei resort più lussuosi della zona: per raggiungerli, abbiamo attraversato interi villaggi dominati dalla miseria, e abitati da semplici contadini che erano stati sfrattati dalle loro case per far spazio a nuove costruzioni.
Due mondi completamente diversi, ma separati solo da pochi chilometri di distanza.

Dopo tre giorni dal nostro arrivo in Etiopia, ci siamo spostati nella parrocchia di Modjo, una cittadina a Sud Est della capitale, dove siamo stati accolti da padre Daniel Dawit e dai suoi confratelli missionari della Consolata: padre Abishu, padre Nabiat, fratel Vincenzo e i seminaristi Abraham e Yoel.

A Modjo le mattinate erano dedicate a piccoli servizi: alcuni di noi si recavano in una clinica gestita da suore missionarie. Aiutavamo a riordinare le cartelle cliniche. Altri davano una mano alla manutenzione degli spazi parrocchiali, tagliando siepi o pulendo gli ambienti comuni.
I pomeriggi, invece, li trascorrevamo giocando con i bambini e i ragazzi del luogo, i quali frequentano lezioni nella scuola parrocchiale. Nonostante non parlassimo la stessa lingua, in quanto molti di loro conoscevano soltanto poche parole d’inglese, tra noi si è instaurato, nel giro di qualche giorno, un rapporto autentico, fatto di gesti semplici e sguardi carichi d’amore.

Conserveremo per sempre nei nostri cuori gli occhi pieni di vita dei bambini, i loro dolci sorrisi, le loro voci e i canti allegri, e la spontaneità dei loro gesti. È incredibile quanto si possa ricevere da chi, in apparenza, possiede così poco.

Mentre passeggiavamo per le vie di Modjo e di alcuni altri villaggi che abbiamo visitato, coloro che incontravamo, bambini, uomini, donne e anziani, ci osservavano con occhi colmi di curiosità, di timore e, forse, un sentimento di lontananza. Quando, però, noi rivolgevamo loro un sorriso e un saluto dicendo «salam», il loro sguardo si illuminava, la distanza veniva eliminata, e così, in uno sguardo, riuscivamo vicendevolmente a riconoscere la nostra umanità.

Mercato di Modjo, Etiopia.

L’esperienza vissuta ci ha insegnato il valore infinitamente prezioso di ogni istante della nostra vita.
Abbiamo, infatti, notato che tutti coloro che abbiamo incontrato in quei luoghi, lontani da casa, erano in grado di vivere nel presente, nel qui e ora, con estrema fiducia ed entusiasmo. Le persone ci hanno insegnato ad apprezzare i gesti più piccoli e le cose più semplici, ma soprattutto a lasciarci sorprendere dall’infinita meraviglia che ci circonda e dalla bellezza dell’incontro sincero con l’altro.
Ci ha anche colpito l’amore gratuito che abbiamo ricevuto dalle persone conosciute lì, che ci hanno fatto sentire a casa condividendo con noi tutto ciò che possedevano.
Grazie all’accoglienza e generosità disinteressata che abbiamo ricevuto, abbiamo avuto modo di immergerci nella cultura locale. In quelle case, infatti, abbiamo assaporato cibi tipici, nei mercati abbiamo respirato l’aroma delle spezie e ammirato i colori vivaci dei tessuti. Inoltre, abbiamo più volte avuto la possibilità di partecipare alla cerimonia tradizionale del caffè, un rito importante di ospitalità e condivisione.

L’esperienza in Etiopia ci ha, dunque, insegnato che la vera ricchezza sta nella semplicità e nella capacità di accogliere umilmente l’altro e di lasciarsi sorprendere dai doni che ogni giorno riceviamo. Ci ha anche permesso di crescere, di entrare in contatto con realtà sociali e culturali che non conoscevamo, e con nuove sfumature di noi stessi. Soprattutto, ci ha fatto sentire parte di un’unica grande famiglia.

I ragazzi e le ragazze di Buna al volo


Angola, presenti

Nell’agosto 2025, un gruppo di 8 giovani portoghesi volontari Missionari della Consolata (due di Porto e sei di Lisbona: Lais, Olga, Beatriz, Henrique, João, Mafalda, Luísa e Tozé), accompagnato da padre Geoffrey Menya, Imc, è partito per l’Angola con un obiettivo: servire e amare il prossimo.

Giovani portoghesi nella missione di Funda, Angola.

Seguendo le parole della lettera ai Romani: «Abbiate cura gli uni degli altri con amore fraterno» (Rm 12,10), durante quattro intense settimane, abbiamo servito la comunità di Funda, in Angola, che ci ha accolto con una generosità che ha superato ogni nostra immaginazione.

Funda, situata vicino a Luanda, la capitale, è una terra di forti contrasti. Alla scarsità di risorse materiali si aggiungono profonde sfide sociali, ma è stato proprio in questo scenario che abbiamo trovato un popolo vivace, pieno di vita, fede e una gioia contagiosa.

La missione che ci ha portato lì è iniziata molti mesi prima della partenza, nel momento in cui abbiamo accettato la sfida di contribuire alla costruzione di una cucina comunitaria, un progetto che abbiamo avuto il privilegio di vedere prendere forma durante il nostro soggiorno.

Oltre a questo obiettivo, abbiamo cercato di ascoltare, osservare e comprendere le reali esigenze del territorio, della comunità e di ogni persona che abbiamo incontrato.

Da questo impegno sono nate altre iniziative: abbiamo organizzato giornate della salute e giornate ecologiche, abbiamo promosso miglioramenti in una scuola elementare con la creazione di uno spazio ricreativo, e abbiamo effettuato diverse donazioni, sia a enti collettivi che a famiglie e individui in situazione di vulnerabilità.

Fin dal primo giorno, siamo rimasti sorpresi dal modo in cui siamo stati accolti. Ovunque andassimo, tutti ci salutavano con entusiasmo. I bambini correvano incontro a noi con sorrisi smaglianti e occhi luccicanti, rivelando una timidezza e una curiosità inaspettati, offrendoci la loro fiducia e il loro affetto.
Ogni gesto, ogni parola, ogni abbraccio o carezza creavano legami autentici, fatti di condivisione e presenza.

La nostra giornata era dinamica, modellata sulle esigenze del momento. Sebbene abbiamo svolto diversi compiti pratici, come pulire gli spazi pubblici, aiutare nella creazione di un orto comunitario o migliorare le condizioni di diverse scuole elementari della zona, è stato soprattutto nelle relazioni umane che abbiamo sentito il vero significato della missione. Più che costruire, si trattava di essere presenti, di accogliere l’altro così com’è, di lasciarci trasformare dai piccoli incontri quotidiani. Ascoltare, condividere, ridere, pregare, giocare: sono stati questi semplici gesti che ci hanno veramente collegato alla comunità e hanno risvegliato in noi un nuovo sguardo.

Questa esperienza è stata trasformativa per tutti noi. Ci ha sfidato a uscire da noi stessi, a relativizzare ciò che diamo per scontato e a guardare l’altro con più empatia.

Come diceva san Giuseppe Allamano, «la missione non aspetta». E abbiamo sentito che era lì che dovevamo essere: al fianco di coloro che tante volte vengono dimenticati, ma che hanno tanto da insegnarci.

Siamo tornati con il cuore pieno. Pieno di ricordi, di nomi, di abbracci. Ma anche con una maggiore responsabilità: continuare la missione qui, nella vita quotidiana, nei piccoli gesti, nell’attenzione verso gli altri.
Perché il volontariato non finisce al ritorno, ma si prolunga in tutto ciò che decidiamo di essere dopo aver vissuto un’esperienza come questa.

Laís Barreiros


Nella savana

Padre Daniel Lorunguya, missionario della Consolata keniano in Sardegna, nel
luglio scorso ha portato un gruppo di otto persone nel suo Paese, attraverso Nairobi e alcuni villaggi della diocesi di Maralal.

Il gruppo sardo in Kenya.

La missione inizia nel momento in cui si lasciano la propria casa e le comodità, affrontando le incertezze.
Non si parte con l’idea di «salvare l’Africa», già salvata da Cristo, ma con il desiderio di vivere un’esperienza nuova di Chiesa.

I primi giorni il gruppo ha visitato la capitale Nairobi, con le sue contraddizioni: grattacieli lussuosi, traffico, baraccopoli e povertà estrema. Tra le tante azioni di cura delle fragilità, i missionari accolgono bambini soli, ma sono anche un punto di riferimento spirituale per tutta l’Africa orientale con la grande struttura del Resurrection garden, una vera oasi di fede e silenzio nel caos della capitale.

Poi, il gruppo si è spostato a Maralal, capoluogo della Contea di Samburu, a circa 350 km a Nord di Nairobi, in direzione del lago Turkana, seguendo la Rift Valley.
Nel Centro pastorale diocesano, dedicato a san Giuseppe Allamano, si è gustato il clima di gratitudine per i primi missionari arrivati qui negli anni 50. Il vescovo emerito di Maralal, monsignor Virgilio Pante, ha raccontato gli inizi dell’attività nelle terre del Samburu: i missionari, arrivando con le suore, hanno subito costruito scuole e ospedali, visitato i villaggi lontani, seguito le popolazioni nella loro crescita umana, spirituale, culturale, sociale. Solo dopo hanno iniziato a costruire le chiese.

Da Maralal, il gruppo si è spostato a Baragoi, altri 100 km a Nord. In questo centro di 25mila abitanti, per la gran parte turkana e samburu, ma anche somali, kikuyu e meru, le lotte tribali sembrano aver trovato un tempo di pace.
Come succede a tutta la presenza cattolica in Africa, anche nel Samburu la Chiesa è organizzata in comunità di base coordinate da un catechista che tiene acceso lo spirito di appartenenza seguendo catechesi, liturgia quotidiana della Parola di Dio, funerali, battesimi, visite agli ammalati, aiuto ai bisognosi. Le messe domenicali in parrocchia o nelle cappelle dei villaggi sono, perciò, delle vere feste di comunità che esprimono il senso di una Chiesa, corpo di Cristo, che vive la gioia dell’incontro con il Signore e i fratelli.
Il gruppo ha visitato scuole con alunni samburu e altre con alunni turkana. Bello il loro stile di accoglienza sorridente e affettuoso.

Oltre a Baragoi, una settimana è stata dedicata alla città di Wamba, 25mila abitanti a 106 km a Est di Maralal, in piena savana. Sono state visitate strutture di accoglienza come l’Huruma home per bambini con disabilità fisiche e mentali abbandonati dalle famiglie; e il Kindfund rescuing children, che ospita bambini e ragazzi orfani, spesso affetti da Hiv.
Si è entrati in contatto con gruppi di giovani e di adulti.

Dopo una giornata nella savana del parco nazionale del Samburu, con i suoi meravigliosi animali, il gruppo ha fatto tappa a Nanyuki, dove da 37 anni lavora don Franco Crabu, sacerdote fidei donum dell’arcidiocesi di Cagliari.
Dialogare con lui è stato utile per fare sintesi del viaggio che stava per concludersi.
L’incontro con la povertà vera ma dignitosa, e con una gioia e una fede che spiazzano.
La semplicità delle relazioni, immediate e profonde.

Diversamente da ciò che si pensa di andare a fare (aiutare, donare, risolvere, salvare, istruire, guarire), ci si sente accolti per ciò che si è, non per ciò che si ha.
In missione si riscopre il valore del tempo e della presenza.
lo sguardo di Dio nei poveri: nei volti dei bambini, delle mamme, dei malati, si è toccato il mistero di Cristo crocifisso e risorto.
La chiamata a una fede incarnata.

Elisabetta Muzzetto e Andrea Eretta


Ri-esplode la festa

Qui raccontiamo che nella parrocchia missionaria di Galatina (Lecce), è tornato, dopo cinque anni, il campo estivo. Due settimane in cui decine di ragazzi dai 4 anni ai 16 hanno gioito e camminato insieme. Accompagnati dai Missionari della Consolata e da dall’equipe di educatori e adulti.

Il Grest di Galatina (Lecce).

Dal 30 giugno all’11 luglio, presso la parrocchia dei Missionari della Consolata, Cuore immacolato di Maria, a Galatina, in Puglia, si è svolto, dopo una pausa di cinque anni, il Grest (il GRuppo ESTivo) con il titolo Toc-Toc Cre-Grest, preso dagli oratori delle diocesi lombarde, e il sottotitolo «Io sono con voi tutti i giorni» (cfr. Mt 28,20).

Insieme a padre Osvaldo Coppola, padre Benard Ombasa, padre Charles Kamya, Sara Distante e agli educatori adulti, il gruppo di animatori, ragazzi tra i 12 e i 16 anni, si è messo in gioco per intrattenere per due settimane diciassette bambini dai 4 ai 10 anni.
Il numero dei bambini non era molto elevato, ma la cosa non ha per nulla impedito lo svolgimento delle attività previste.

La giornata iniziava la mattina con il ritrovo e un momento di preghiera, guidato da padre Benard nella prima settimana, e dagli stessi animatori nella seconda. Dopo l’introduzione, si passava alle attività previste per la mattinata: balli di gruppo, momenti di svago, sport, passando per laboratori di teatro, ballo, canto, arte, cucina, orto, fino agli apprezzatissimi giochi d’acqua nelle giornate più calde.

Per due giorni alla settimana, il pranzo era tutti insieme in oratorio, per dedicare il pomeriggio alla preparazione di uno spettacolo teatrale basato sul film «La sirenetta» di Walt Disney. Lo spettacolo è stato presentato ai genitori alla fine dell’ultima giornata.

Tra gli ospiti esterni, ci sono stati il maestro di karate Sandro Pierri, che ha dedicato un’ora della sua giornata per mostrare ai ragazzi qualche semplice mossa dell’arte marziale, e il signor Piero, un parrocchiano, che ha guidato i bambini nell’orto dell’oratorio alla scoperta dei segreti delle piante lì coltivate.

Inutile dire che per tutti sono state due settimane tanto piacevoli quanto entusiasmanti. I bambini animati hanno potuto trascorrere in allegria le loro mattinate in compagnia di loro coetanei in un ambiente sicuro all’insegna del divertimento, ma anche della trasmissione dei valori cristiani. Gli animatori erano, in gran parte, alla loro prima esperienza sul campo, e ciò ha permesso loro di mettersi in gioco e sviluppare capacità come quella di creare relazioni tra loro e con i bambini, o di gestire situazioni nuove, sempre sotto il controllo attento dei missionari e degli educatori.

L’augurio per il futuro è che la festa «esplosa» (come suggerisce l’inno del Grest 2025) al Cuore Immacolato di Galatina quest’estate sia la prima di una lunga serie di iniziative, con la speranza, quantomeno, di incontrarci di nuovo al campo estivo dell’anno prossimo e di passare insieme altri indelebili momenti di gioia condivisa.

Michele Musca


Missione fraternità

Alcuni giovani spagnoli hanno fatto un’esperienza missionaria a Oujda, in Marocco, dove i migranti in transito dall’Algeria vengono accolti. E accolgono.

IL gruppo di giovani spagnoli alla missione di Oujda, in Marocco.

Sei mesi prima di partire, abbiamo iniziato a incontrarci. Momenti in cui abbiamo capito che la missione non sarebbe iniziata salendo sull’aereo, ma aprendo il cuore al Signore. Ci siamo lasciati plasmare, imparando a fidarci e ad accogliere ciò che Dio aveva già preparato per noi.

Il viaggio a Oujda, ad agosto, è durato sei giorni. Quando siamo arrivati, ci sentivamo eccitati e nervosi, com’è tipico di chi sa di stare vivendo qualcosa di unico.
Una volta sistemati, ci siamo messi al lavoro, ma presto abbiamo scoperto che l’essenziale non era ciò che facevamo, quanto piuttosto essere lì, presenti, condividere la vita con chi ci accoglieva e veniva, a sua volta, accolto.

L’incontro con i giovani migranti accolti dalla parrocchia di Saint Louis è stato l’esperienza più bella. La nostra missione non era tanto offrire soluzioni, quanto far sentire loro che non erano soli.
Allo stesso tempo, abbiamo fatto anche qualcosa di più pratico come organizzare una stanza piena di vestiti che venivano poi distribuiti ai migranti in arrivo, oppure tinteggiare l’area dove i giovani dormivano e vivevano. È stato emozionante farlo insieme a loro, condividendo sorrisi, conversazioni e silenzi.

Ci ha segnato molto constatare quanto ricevevamo. Perché la nostra esperienza missionaria è stata all’insegna dell’incontro, della scoperta di come Dio sia presente nei volti, negli sguardi e nelle storie di coloro che abbiamo incontrato.
Abbiamo imparato che, a volte, la cosa più importante è fermarsi, ascoltare, guardare negli occhi e lasciare che l’altro ci doni un pezzo della sua vita.

Durante la settimana, abbiamo potuto visitare anche altre città, come Saïdia, al confine con l’Algeria. Lì abbiamo assistito con i nostri occhi alla crudele realtà delle frontiere: recinti che dividono terre e, soprattutto, vite umane. Diverse persone, pur essendo vicine, potevano comunicare solo attraverso una recinzione, ognuna intrappolata nel lato cui era stata assegnata.
Quell’immagine è rimasta impressa nella nostra mente come simbolo della sofferenza e delle ingiustizie.
Nonostante la durezza dei racconti, ciò che ci ha sorpreso di più è stata l’umanità delle persone: uomini e donne che, pur indigenti, irradiavano ospitalità, cura e gioia.
Alcuni venivano da Paesi in guerra, dalla fame o dalla violenza, eppure ci hanno accolto con sincero affetto e ci hanno ricordato che la vera ricchezza non sta in ciò che abbiamo, ma in ciò che condividiamo. Dietro ogni volto c’era una storia di lotte e sogni.

La comunità missionaria di Oujda ci ha accolti, guidati, incoraggiati e, soprattutto, ci ha fatti sentire parte di una famiglia più grande, una Chiesa che non conosce confini.
Ci sono stati momenti semplici, sia con i missionari che con i migranti accolti, in cui abbiamo sperimentato una fratellanza universale incarnata.
Lì eravamo tutti una cosa sola, membri della stessa famiglia umana.

Questa esperienza ha lasciato un segno indelebile in noi. Ci siamo resi conto che viviamo in un mondo intrappolato nelle apparenze, nella superficialità, mentre ci sono persone che danno tutto per gli altri.
Dio ci ha mostrato quella grandezza nascosta nei piccoli, nei fragili, nei feriti. E abbiamo avuto la fortuna di vivere con queste persone, conoscerle, ricevere il loro esempio e sperimentare che il Vangelo si vive dove c’è amore, speranza e solidarietà.

La missione a Oujda non è finita con il nostro ritorno. Ci invita, oggi, a guardare la vita con occhi diversi e a impegnarci per un mondo più umano e fraterno.

Gruppo Nómadas de Dios

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Giovani IMC

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