Dilexi te. Una rete che sostiene
Ecco il secondo di tre schemi di incontro per accompagnare gruppi giovanili sull’esortazione apostolica «Dilexi te» di papa Leone XIV dedicata al tema dell’amore verso i poveri.
Tema: la carità cristiana si esprime nel fare rete, collaborare, camminare insieme, fare fraternità.
Obiettivo: scoprire che prendersi cura dei poveri non è eroismo, ma un’esperienza di comunità e fraternità.
Durata dell’incontro: 90 minuti.
Destinatari: dai 15 anni in su.
Materiale: cartellini per la dinamica iniziale; pc e proiettore; fogli grandi e pennarelli; gomitolo; candela; accendino.
Nel capitolo III della Dilexi te (Dt), intitolato «Una Chiesa per i poveri», papa Leone XIV ricorda che la comunità cristiana non può vivere il Vangelo senza condividere la vita delle persone più fragili. La povertà non riguarda soltanto chi manca del necessario, ma interpella l’intera società e chiede relazioni nuove, capaci di generare fraternità.
Per questo la Chiesa è chiamata non solo ad aiutare i poveri, ma a camminare accanto a loro, costruendo legami, collaborazione e vicinanza concreta.
Dinamica iniziale: Fai un passo avanti se…
Per aiutare i ragazzi a comprendere come le disuguaglianze generino esclusione e fragilità, l’animatore propone una semplice dinamica.
Ogni partecipante riceve un cartellino con un’identità diversa:
- un rifugiato appena arrivato;
- una persona senza dimora;
- un anziano solo;
- uno studente universitario;
- una famiglia con difficoltà economiche;
- un ragazzo con disabilità;
- un imprenditore;
- una madre single;
- un giovane migrante;
- un volontario;
- un detenuto in misura alternativa;
- un adolescente che vive in periferia.
Tutti si dispongono sulla stessa linea, una accanto all’altro guardando l’animatore. Quest’ultimo legge alcune frasi. Se il partecipante ritiene che il proprio personaggio possa rispondere «sì», fa un passo avanti per ciascuna frase.
Esempi:
- «Posso permettermi cure mediche senza difficoltà»
- «Mi sento ascoltato dalla società»
- «Qualcuno si preoccupa di me»
- «Posso immaginare serenamente il mio futuro»
- «Ho una rete di persone che mi sostiene»
- «Mi sento accolto quando entro in un luogo nuovo»
- «Qualcuno si accorge se sto male»
- «Mi sento guardato con dignità»
Al termine della dinamica emergerà una distanza evidente tra i partecipanti.
L’animatore lascia qualche istante di silenzio e poi propone alcune domande:
- Che cosa avete provato?
- Com’è stare indietro?
- Chi riesce davvero ad andare avanti da solo?
- Quanto conta avere qualcuno accanto?
La Parola di Dio
L’animatore invita un giovane a leggere Marco 2,1-12: l’episodio del paralitico portato davanti a Gesù da quattro amici.
Questo brano ci ricorda che nessuno si salva da solo. La guarigione nasce da una fede condivisa: ci sono persone che non restano indifferenti davanti alla fragilità di un uomo, e scelgono di prendersi carico, con il suo permesso, della sua vita e di accompagnarlo fino a Gesù.
È la manifestazione concreta di una comunità che si prende cura, non lascia indietro nessuno e trova strade nuove anche davanti agli ostacoli.
La fede cristiana non è una realtà individuale chiusa dentro di noi. Diventa autentica quando si traduce in vicinanza, collaborazione e responsabilità reciproca. I quattro amici del Vangelo costruiscono una piccola rete di fraternità: insieme rendono possibile ciò che da soli sarebbe stato impossibile.
Anche la folla, stupita davanti a questo gesto, ci ricorda che il Vangelo prende forma ogni volta che qualcuno sceglie di farsi prossimo in modi nuovi.
Fin dai primi secoli molti cristiani hanno compreso che seguire Gesù significava condividere la vita dei poveri e camminare accanto a loro.
Come Francesco
Dopo un confronto tra i ragazzi sulla base di queste riflessioni, l’animatore introduce brevemente gli ordini mendicanti e legge il numero 67 della Dilexi te: «Gli Ordini mendicanti furono […] una risposta viva all’esclusione e all’indifferenza. Non proposero espressamente riforme sociali, ma una conversione personale e comunitaria alla logica del Regno. Per loro la povertà non era una conseguenza della scarsità di beni, ma una libera scelta: farsi piccoli per accogliere i piccoli. […] I mendicanti sono diventati il simbolo di una Chiesa pellegrina, umile e fraterna, che vive tra i poveri non per proselitismo, ma per identità. Insegnano che la Chiesa è luce solo quando si spoglia di tutto, e che la santità passa attraverso un cuore umile e dedito ai più piccoli».
L’animatore può spiegare il testo con parole semplici: gli ordini mendicanti nacquero in un tempo in cui molti poveri venivano ignorati o esclusi. Alcuni cristiani, come san Francesco, compresero che per seguire davvero Gesù non bastava parlare dei poveri: bisognava vivere accanto a loro. Per questo scelsero una vita semplice, senza ricchezze, condividendo la condizione delle persone più fragili.
Per loro la Chiesa era autentica quando viveva insieme ai poveri e riconosceva in loro il volto di Cristo.
Anche oggi molte persone continuano a vivere situazioni di esclusione e indifferenza. Per questo tante realtà ecclesiali e civili collaborano ogni giorno per non lasciare solo nessuno.
È ciò che cerca di vivere, ad esempio, la Comunità missionaria di Villaregia a Bologna.
Una rete che si prende cura
L’animatore introduce il video «Fare rete – Mission della Comunità missionaria di Villaregia a Bologna», disponibile sul canale YouTube della Comunità. Esso mostra come missionari, volontari, famiglie, associazioni, servizi sociali, scuole, comunità cristiane e migranti possano costruire insieme una rete di accoglienza e prossimità.
Dopo la visione, l’animatore lascia qualche minuto di silenzio e propone alcune domande:
- Che cosa vi ha colpito maggiormente?
- Quali persone o realtà collaborano tra loro?
- Qual è la differenza tra «fare assistenza» e «camminare insieme»?
- Dove avete visto segni di speranza?
Laboratorio
L’animatore divide i partecipanti in piccoli gruppi.
Ogni gruppo riceve questa domanda: «Davanti a una povertà concreta del nostro territorio, chi si prende cura delle persone?». Poi sceglie una situazione: senza dimora; anziani soli; migranti; dipendenze; povertà educativa; famiglie fragili; disagio giovanile; carceri, ecc.
Successivamente, cercando anche con internet, costruisce una piccola «mappa della rete», indicando le realtà coinvolte: enti pubblici, associazioni, Caritas, scuole, parrocchie, servizi sociali, volontari, cittadini…
Infine, i membri di ogni gruppo riflettono: «Che cosa possiamo fare per entrare nella rete anche noi?».
Ogni gruppo presenta brevemente il proprio lavoro agli altri.
Rete della fraternità
A questo punto viene letto un passaggio della Dilexi te:
«La Chiesa, come una madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti. Sa che il suo annuncio del Vangelo è credibile solo quando si traduce in gesti di vicinanza e accoglienza» (Dt 75).
L’animatore sottolinea che la Chiesa non è chiamata semplicemente ad «aiutare» i poveri dall’alto, ma a condividere il loro cammino, costruendo relazioni, comunità e collaborazione.
Per concludere l’incontro, tutti si dispongono in cerchio.
L’animatore prende un gomitolo di lana, dice il proprio nome e una parola che porta via con sé dall’incontro (ad esempio: ascolto, fiducia, collaborazione, fraternità, responsabilità, accoglienza…) e poi lancia il gomitolo a un altro partecipante, continuando a tenere il filo in mano.
Il gesto prosegue finché si crea una rete visibile.
L’animatore conclude:
«Questa rete rappresenta ciò che accade quando nessuno dice più: “Non mi riguarda”. Ogni filo sostiene l’altro. Se uno lascia andare, tutta la rete si indebolisce. Così è anche la fraternità».
Preghiera finale
Si posa a terra la rete. Al centro del cerchio viene posta una candela accesa.
Dopo qualche istante di silenzio, l’animatore guida la preghiera:
«Signore Gesù, Tu hai voluto aver bisogno degli amici che hanno portato il paralitico davanti a Te.
Insegnaci a non vivere da soli, a non voltarci dall’altra parte, a costruire legami di fraternità e cura. Rendici capaci di accogliere, ascoltare e condividere. Fa’ che la nostra comunità diventi una rete di amore, dove nessuno si senta escluso o dimenticato. Donaci occhi capaci di riconoscere il volto dell’altro e mani pronte a sostenerlo nel cammino.
Amen».
Gonzalo Salcedo
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Gonzalo Salcedo
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