Padre Paolo Fedrigoni, Trentino, classe 1956, è stato missionario in Kenya, Italia, Belgio, Stati Uniti e Canada. Da tre anni si trova a Montreal, impegnato nella comunicazione, nella raccolta di fondi per le missioni Imc nel mondo e nell’animazione missionaria in parrocchia e tra i giovani.
«Mi chiamo Paolo Fedrigoni. Sono nato nel 1956 e sono cresciuto nel paese di Cles, in provincia di Trento.
Quando ero piccolo, noi ragazzi del paese eravamo equamente divisi tra tifosi del Milan e dell’Inter. Io appartenevo ai primi. Allora, mai avrei immaginato che venticinque anni dopo avrei trovato uno striscione con la scritta «Viva Milan» sulla facciata dell’ospedale di Nkubu, in Kenya. Era l’ospedale di riferimento della missione in cui io ero e nel quale operava, come volontario, un medico trentino sfegatato tifoso del Milan».
Perché hai scelto di essere missionario della Consolata?

«Entrai in seminario che avevo dieci anni. Era l’unica possibilità per poter frequentare le medie.
Io avrei voluto entrare nel seminario degli Agostiniani a Genova, perché era stata la scelta del mio migliore amico e perché desideravo vedere il mare e le navi. Ma mia madre fu inflessibile: “O entri nei Missionari della Consolata, a Rovereto, o niente!”.
Il colmo era che dal quel seminario, qualche anno prima, era fuggito di nascosto, di notte, scavalcando il muro di cinta, mio cugino Pietro. Ma non ci fu nulla da fare, e dovetti cedere.
Presi la vera decisione di essere missionario della Consolata a sedici anni. Finito il ginnasio a Rovereto, si trattava di andare a Varallo, in Piemonte, per il liceo. Non ci volevo andare. Ma padre Carlo Mondini mi disse: “Perché decidi prima di provare? Inizia ad andare, vedi come ti trovi e poi decidi”. Dopo il liceo, studiai due anni teologia a Torino e Sassuolo (Mo). Poi andai alla Certosa di Pesio (Cn) nel 1977 per il noviziato, infine a Londra per finire la teologia.
Fui ordinato sacerdote nella mia parrocchia il 25 luglio 1982. Fu la festa di tutto il paese».
Puoi raccontare la tua storia missionaria?
«Il mio sogno era di essere missionario nella foresta o del Congo o dell’Amazzonia, ma i superiori mi destinarono all’Etiopia. Ancora oggi sto aspettando il visto per entrare in quel Paese! Così, dopo qualche mese di attesa, nel febbraio del 1983 finii in Kenya. Nella “mia” prima missione, a Kyeni, in un’area verde sulle pendici del monte Kenya, mi occupai soprattutto dei giovani. Vi trovai un’attività che destò il mio interesse: la “Celebrazione della domenica per il bambini”. Una liturgia della Parola adattata ai piccoli, preparata e condotta dai giovani.
La “mia” seconda missione non fu nella foresta, ma nel deserto di Matiri, caratterizzato da tre “s”: sabbia, spine e serpenti.
Vi lavorai con padre Orazio Mazzucchi del quale ricordo soprattutto la dedizione per la promozione umana in una zona così avara di risorse.
Nel 1987, il Governo italiano finanziò un progetto di irrigazione: per 300 famiglie il deserto si trasformò in giardino.
In Kenya rimasi cinque anni.
A fine 1988 tornai in Italia, a
Torino, dove studiai giurisprudenza. Poi, tra il 1993 e il 2003 fui responsabile dell’ufficio legale della Regione Italia Imc».
Come sono stati gli anni di giurisprudenza e dell’ufficio legale a Torino?
«Gli anni dell’università sono stati bellissimi. Ho stretto legami di amicizia con molti studenti e professori. Legami che sono durati e che mi hanno dato la possibilità di avvalermi dei loro consigli e prestazioni quando, in seguito, ne ho avuto bisogno.
Anche la mia attività di responsabile legale mi ha appassionato. Ho avuto modo di apprezzare la collaborazione di tanti laici in diversi campi che mi hanno dato esempio di correttezza, onestà e dedizione.
Poi arrivò la destinazione per la Mongolia. L’accettai, anche se mi spiaceva lasciare l’ufficio legale. Mi fu consegnato il crocifisso al santuario della Consolata il 20 giugno 2002. Ma, per un misterioso disegno della provvidenza, un problema di salute mi impedì di partire.
In seguito feci un anno sabbatico a Roma, un anno come vice parroco a Regina della missioni a Torino, e due anni a Bruxelles (Belgio) come rappresentante dell’Imc presso l’Aefjn (l’Africa Europe faith and justice network, una rete internazionale di ispirazione cristiana che promuove la giustizia economica nei rapporti tra l’Unione europea e l’Africa presso le istituzioni dell’Ue, ndr)».
E dopo Bruxelles?
«Dopo l’esperienza dell’Aefjn in Belgio, sono stato tre anni in Canada, tra Montreal e Toronto, per l’animazione missionaria.
Poi di nuovo in Italia per tre anni, dal 2010 al 2013, come economo dell’Urbaniana a Roma.
Infine, sono tornato in America: dal 2013 al 2023 negli Usa, a Somerset e North Brunswick in New Jersey, per l’animazione missionaria, e anche al servizio dell’Imc come superiore della delegazione».
Dove lavori oggi?
«Da tre anni mi trovo di nuovo in Canada, a Montreal, Quebec. A partire dagli anni ‘60, la provincia del Quebec ha conosciuto una profonda secolarizzazione. Fino ad allora, qui tutti erano cattolici e le chiese traboccavano di gente. Ora le uniche persone a frequentare sono quelle con più di settant’anni e gli stranieri.
La gente, tuttavia, è rimasta sensibile verso chi è meno fortunato o oggetto di ingiustizia e verso la difesa dell’ambiente.
La nostra attività si svolge su tre fronti: l’informazione circa la situazione delle persone in aree povere, il finanziamento di progetti per migliorare le loro condizioni di vita, e la pastorale.
Io dirigo il centro Hall Notre Dame che si occupa della pubblicazione delle riviste Imc del Canada e degli Stati Uniti, nonché della raccolta fondi per i progetti di sviluppo. Mi occupo anche della parrocchia di Sainte Anne de Bellevue di Montreal.
Qui, tra le altre attività, seguo un piccolo gruppo di studenti del vicino campus dell’università McGill che partecipano all’eucaristia domenicale e poi si soffermano a commentare insieme il Vangelo ascoltato».
Quali sono, secondo te, le sfide della missione oggi?
«La gente di una certa età è ancora sensibile alla missione.
I giovani, da parte loro, non sanno che cosa sia. Sono alieni alla Chiesa. I loro nonni e i loro genitori, che – passatemi l’espressione – hanno fatto “indigestione” della religione cattolica, non vogliono che capiti la stessa cosa alla loro progenie.
La maggioranza dei nuovi nati non viene battezzata e, durante la crescita, non entra in contatto con la Chiesa. Anche le scuole confessionali sono pressoché scomparse, e in quelle pubbliche non si insegna religione.
I giovani, a differenza dei loro genitori o nonni, non hanno risentimenti contro la Chiesa. Però ne sono del tutto estranei.
A questo processo di scristianizzazione, occorre aggiungere l’individualismo e il relativismo.
Il piccolo gruppo di universitari che frequenta la parrocchia di Sainte Anne de Bellevue costituisce una inattesa eccezione: essi hanno iniziato a incontrarsi per commentare il Vangelo di propria iniziativa nei locali dell’università.
Quanto al relativismo, è difficile per i giovani credere che esiste una verità alla quale tutti sono chiamati ad accedere. Una verità di cui nessuno ha il monopolio, e che tutti possono contribuire a conoscere in un dialogo sincero e profondo».
Come relazionarci con il mondo giovanile?
«Credo che solo una testimonianza di giustizia e carità concreta possa fare breccia in loro».
Puoi suggerirci uno slogan da rivolto ai giovani?
«”Prendete il largo!” (Luca 5,4a).
Ai giovani pescatori che hanno iniziato ad ascoltare la sua Parola, Gesù rivolge l’invito a osare. Anche se hanno sperimentato l’insuccesso e la loro attività non ha dato il risultato atteso, Gesù sa che la sua Parola porta frutto in chi, sulla fiducia in Lui, va oltre le sue abitudini e osa il nuovo».
Luca Lorusso
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