Padre Piero Trabucco, nato a Cherasco (Cuneo) nel 1942, ha trascorso la sua vita missionaria tra Italia, Usa, Kenya e Sudafrica.
Come consigliere e poi superiore generale, per diciotto anni ha percorso tutti i Paesi nei quali sono sparsi i Missionari della Consolata.
Dal 2009 si occupa della figura di san Giuseppe Allamano, nella cui casa natale oggi vive.
Padre Piero Trabucco è nato nel 1942 a Cherasco, nel cuneese, alle porte delle Langhe.
«Del periodo dopo la guerra – racconta – ricordo le ristrettezze del vivere quotidiano che tutti soffrivano, pur avendo il necessario per sopravvivere».
Da bambino ha frequentato la scuola elementare locale, poi il seminario di Alba fino al liceo. «Erano gli anni che precedevano il Concilio Vaticano II. Nel seminario già si coglievano i fermenti di un rinnovamento che stava per arrivare nella Chiesa.
Nella diocesi di Alba sono nati i primi sacerdoti “fidei donum” italiani. Tra di essi, don Paolo Tablino, che sarebbe diventato un pioniere della missione nel Marsabit, in Kenya, e poi missionario della Consolata».
Tu perché hai scelto di essere missionario della Consolata?
«Nel seminario c’era un “Circolo missionario”, intitolato a padre Giovanni Ciravegna, anche lui nativo di Cherasco e missionario della Consolata. Fui attratto dalla missione grazie alla lettura di libri e riviste, e soprattutto alla testimonianza di missionari che visitavano i seminari diocesani. Tra loro ricordo i padri Francesco Casadei e Giovanni Farina.
Il direttore spirituale in seminario mi aiutò nel discernimento.
Alla fine del liceo decisi per i Missionari della Consolata: tra loro mi sentivo ormai di casa.
Iniziai subito la mia formazione nell’Istituto con il noviziato nella Certosa di Chiusa Pesio (Cn), assieme ad altri sessantatré giovani provenienti dai seminari diocesani, dal liceo dell’Istituto a Varallo Sesia, dalle vocazioni adulte a Vittorio Veneto, e dal percorso dei fratelli missionari.
L’entusiasmo di quegli anni mi aiutò a superare le difficoltà iniziali, motivate dal grande numero della comunità e dalla sua eterogeneità».
Come hai proseguito?
«Finito il noviziato ed emessa la professione religiosa nell’ottobre 1962, ho terminato gli studi filosofici abitando in affitto a Torino, poiché la Casa Madre era già zeppa di studenti di teologia. Al termine di quell’anno, mi fu chiesta la disponibilità a compiere i miei studi a Washington, negli Usa.
Fu un bello shock culturale.
Rimasi lì quattro anni e mezzo, anni arricchiti dalle novità del Concilio e dai fermenti della società. Sognavo però l’Africa.
Diventai sacerdote il 17 dicembre 1966 e celebrai la “prima Messa solenne” a Cherasco, il 7 giugno dell’anno seguente».
Puoi raccontare la tua storia missionaria?
«In quegli anni, il termine “missione” significava per noi Africa e America Latina. Chiesi di partire per l’Africa e finii in Kenya a fine aprile 1968, nella diocesi di Meru. Vi rimasi cinque anni, alternando lavoro formativo nel seminario diocesano e in una neonata congregazione religiosa di Fratelli catechisti, con il lavoro pastorale parrocchiale.
Quegli anni in Kenya furono per me belli e ricchi. Vidi nascere comunità cristiane, incontrai giovani che sognavano di diventare sacerdoti tra la loro gente, catechisti che vivacizzavano e facevano crescere le comunità, missionari della Consolata che lavoravano fianco a fianco con i sacerdoti diocesani.
Dopo il subbuglio dei Mau Mau che aveva preceduto l’indipendenza del Paese, arrivata nel 1963, il Kenya viveva un tempo di pace e di crescita, e la Chiesa con esso.
Ritornando in Italia nel 1973, fui assegnato per “un breve periodo” alla formazione nel seminario teologico di Roma».
Quanto sei rimasto in Italia?
«Dopo due anni a Roma, nel 1975 passai al seminario teologico Imc di Torino per altri tre anni. Poi fui eletto nel consiglio regionale e dovetti traslocale a Bedizzole (Bs) per quattro anni. Io attendevo sempre che terminasse il mio “breve periodo” in Italia per poter ritornare in Kenya, invece, nel 1982 mi chiesero di assumere l’impegno di maestro dei novizi a Vittorio Veneto, lavoro di grande responsabilità e pieno di molte sfide. Dopo cinque anni, nel 1987, partecipai al Capitolo generale dell’Istituto. Lì mi fu assegnato un compito nel Consiglio generale, quindi tornai a Roma per starvi sei anni. Ma ve ne rimasi 18, fino al 2005.
Non sto a dire ciò che significa essere parte del Consiglio generale e quali sono le responsabilità per tutto l’Istituto. Dico però che mi ha sempre sorretto la fiducia nell’aiuto del Signore, del nostro santo Allamano, e dei confratelli membri dello stesso Consiglio.
In quei 18 anni ho percorso tutte le missioni dell’Istituto, condiviso con i confratelli momenti belli e anche difficoltà considerevoli, come la guerra in Mozambico o le emergenze in Rd Congo».
E dopo Roma, dove sei stato?
«Terminati i miei impegni a Roma, sono stato destinato al Sudafrica, come membro di una nuova comunità formativa dell’Istituto, e per la cura pastorale di una parrocchia di “colorati”, cioè meticci, nella città di Pietermaritzburg.
Sono stato in quel Paese per quattro anni. Anche quella è stata un’esperienza bella e istruttiva. Ho incontrato una situazione missionaria molto diversa da quella che avevo sperimentato negli anni Settanta in Kenya. Il ruolo del missionario non era più di fare nascere una Chiesa o di battere strade totalmente nuove. La Chiesa in Sudafrica, come ora in tutto il Continente, era ormai adulta. I missionari stranieri oggi sono ausiliari del clero locale, lavorando prevalentemente in alcune situazioni periferiche e con pochi sacerdoti.
Gli anni in Sudafrica sono volati. Ed ecco giungermi nuovamente un invito a lavorare in Italia, nella Postulazione generale».

Quindi sei tornato in Italia.
«Sì. Dal 2009 la mia vita è stata dedicata ad approfondire la figura del beato Giuseppe Allamano e a lavorare per la causa della sua canonizzazione, che poi è arrivata nel 2024.
In questo compito mi sono trovato impegnato a Roma, poi nella Casa Madre di Torino, e ora a Castelnuovo don Bosco, nella casa natale di san Giuseppe Allamano. E proprio qui a Castelnuovo, paese che ha dato i natali a ben quattro santi, mi accorgo che la figura del nostro Allamano, con la sua santità ed esemplarità, sta facendo breccia in tutto il popolo di Dio.
San Giuseppe Allamano non è un modello solo per i Missionari e Missionarie della Consolata. Egli proclama che la santità è alla portata di tutti, è il cuore che batte per Dio e per gli altri.
Quel suo “prima santi e poi missionari” non è solo uno slogan, è un cammino che tutti possiamo percorrere: oggi, come ai suoi tempi, Allamano proclama “pace” in momenti di guerra, di fronte alle palesi ingiustizie della società invita a scegliere di stare con chi soffre o è discriminato, ripete che la proclamazione del Vangelo non è riservata ai soli ministri della Parola, ma è impegno di ogni battezzato.
Vivendo ora nella casa e nell’ambiente in cui il nostro Giuseppe ha trascorso i suoi primi undici anni di vita, sto scoprendo dove i germi della sua “santità ordinaria” abitano ancora oggi: nel ruolo di una madre in una famiglia, in una comunità parrocchiale viva, nella presenza di insegnanti cristianamente significativi.
A noi oggi il compito di dare vita a questi germi in ogni ambiente in cui ci troviamo».
Luca Lorusso
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