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Marco 11. Lo stile narrativo del Vangelo più breve

Lo stile «ruvido» del Vangelo di Marco

Ancona, Chiesa del Sacramento Podesti San Marco

L’anno di Marco nel calendario liturgico 2017-18 è terminato. Durante quest’anno ne abbiamo commentato alcuni passaggi, senza volerlo esaminare nella sua interezza. Come conclusione desidero mettere in risalto alcune delle caratteristiche di questo Vangelo di stile popolare.

Il Vangelo di Marco è breve, non accenna alla nascita di Gesù nè all’infanzia di Giovanni Battista ma si apre subito con la predicazione di Giovanni che annuncia la venuta di uno più grande di lui. Poi Giovanni scompare dalla scena (salvo il racconto della sua morte in 6,17-29) mentre l’interesse si accentra su Gesù adulto che inizia il suo ministero (Mc 1,14-15).
Dopo un iniziale avvio di attività in cui Gesù è accolto con meraviglia e poi con entusiasmo dalle folle che si stupiscono delle sue azioni e del suo insegnamento, Egli si scontra sempre più spesso con le autorità religiose (3,6) mentre anche l’entusiasmo delle folle si raffredda; così Gesù si concentra sempre più nell’istruzione dei discepoli. In privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa (4,34).
Nell’insieme, la vita pubblica di Gesù si è certo svolta così come la descrive Marco: Gesù accolto prima con ammirazione dalla gente e poi criticato sempre più spesso dalle autorità religiose che vedevano in Lui un nemico della Legge e della loro autorità arrivando infine a farlo giustiziare.
Non si può tuttavia dire che la struttura di Mc sia cronologicamente accurata in tutti i dettagli (non voleva scrivere una biografia). Ciò che Mc riporta sono, per la maggior parte, singoli brani creati secondo determinati punti di vista, concepiti nello spirito/stile della predicazione della Chiesa primitiva. Solo nel racconto più dettagliato della Passione si può riconoscere un certo ordine cronologico.

Materiali narrativi

Guardando il vangelo di Marco più da vicino si può vedere come sia costruito da vari materiali narrativi quali:

  • +  apoftegmi cioè brevi racconti il cui centro di interesse è un detto di Gesù su qualche tema.
    Alcuni esempi: 2,1-12 (il paralitico) Gesù può perdonare il peccato; 2,16-17 (Levi) “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”; 2, 23-28 (raccolta delle spighe) “il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato; 3, 31-35: i veri parenti di Gesù sono coloro che fanno la volontà di Dio; 12, 13-17: date a Cesare quel che è di Cesare…
    Questi apoftegmi (una ventina) li troviamo soprattutto nei racconti delle controversie di Gesù coi suoi avversari. È ragionevole che Mc li abbia attinti da raccolte a lui precedenti e che servivano ai catechisti per illustrare l’insegnamento di Gesù.
  • +  racconti di miracoli: qui il centro di interesse non è un detto di Gesù ma il miracolo stesso, narrato nei suoi particolari, nelle circostanze e negli effetti. Certuni sono particolarmente vivaci, quasi visivi e tradiscono la presenza di un teste oculare. Alcuni esempi: l’indemoniato geraseno (5,1-20); la donna con perdite di sangue e la figlia di Giairo (5,21-43); la suocera di Pietro (1,29-31). Certi miracoli sono collegati tra loro per mezzo di notazioni cronologiche e geografiche: “e subito, uscito dalla sinagoga”(1,23); “venuta la sera; gli portarono i malati” (1,32); “giunsero all’altra riva” (5,1); “essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva” (5,21).
  • +  narrazioni su Gesù: tratti più specificamente biografici su Gesù che ci rivelano qualche episodio della sua vita (battesimo 1,9; tentazione 1,11) o qualche suo modo di fare: preghiera mattutina (1,35); Gesù respinto dai suoi compaesani di Nazareth (6,1-6); la chiamata dei Dodici (3,13).
  • +  sommari: non narrano un evento particolare, ma sono brani riassuntivi che evidenziano il ripetersi di fatti o di atteggiamenti nella vita di Gesù: predicatore itinerante: “e andò per tutta la Galilea predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni” (1,39) “e percorreva i villaggi dintorno insegnando”( 6,6b); le folle al seguito di Gesù (3,7-12); insegna con le parabole (4,33-34).
  • + la Passione: inizia con una indicazione temporale cui fanno riscontro precisazioni simili in tutta la narrazione, fino alla conclusione: mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo per catturarlo con un inganno per farlo morire (14,1). Se in tutti i vangeli si nota la sproporzione tra il racconto della passione e il resto della vita di Gesù, questo è tanto più visibile in Marco. Anzi, si può dire che l’intera narrazione della vicenda di Gesù è orientata alla passione: le accuse e le controversie in Galilea (2,1-3,7); le tre predizioni della passione (8,32-33; 9,9-10; 9,32) sempre seguite dalla incomprensione dei discepoli; il confronto polemico di Gesù in Gerusalemme. La Passione rivela l’identità di Gesù, soprattutto in due momenti: la solenne dichiarazione di Gesù di fronte al sacerdote Caifa (14,61-62) e l’affermazione (professione di fede?) del centurione pagano ai piedi della croce (15,39).
    Le ultime ore di Gesù sono seguite con minuziosa accuratezza specialmente l’ultima giornata ove si puntualizzano: il tramonto 14,17; la mezzanotte 14,26; il canto del gallo 14,72; l’alba 15,1; l’ora terza 15,25; l’ora sesta e nona 15,33; la sera dopo la morte 15,48. Non c’è nulla di simile in tutto il vangelo.

La novità del lavoro di Marco è stata quella di riunire tutti questi materiali in una composizione unitaria e articolata.

Il narratore

Marco usa un greco popolare con un vocabolario povero e talvolta rozzo, una sintassi molto elementare, uniforme, ricca di anacoluti. Vi si sente forte l’influsso dell’aramaico nella sovrabbondanza dei pronomi, delle forme perifrastiche dei participi ‘grafici’, sovrabbondanze di kai (e) ed euthus (subito); latinismi: legion  5,9-15, denarion 6,37, kensos 12,14; espressioni latine: odon poiein (iter facere) 2,23; tithentes ta gonata ponentes genua 15,19; aramaismi spiegati boanerges 3,17; talita quum 5,41; corban 7,11; effeta 7,34; abba 14,36.
Ma nonostante la povertà di vocabolario e la semplicità della sua sintassi, Mc si dimostra un narratore efficace e vivo soprattutto attraverso l’osservazione dei particolari e l’uso dei tempi descrittivi del verbo. A volte uno stesso termine può avere significati diversi: periblepo (guardare attorno) con collera, 3,5; con bontà 3,34, 10,32. Ama l’uso del diminutivo: briciole per i cagnolini 7,27. Mc solo ricorda che Gesù ha chiamato talita (ragazzina) la figlia di Giairo 5,41; la barchetta 3,9; i sandaletti 6,9; il pezzo d’orecchio del servo del sacerdote 14,47.

Marco usa una grande varietà di termini per descrivere realtà diverse. Gli studiosi hanno notato 11 termini diversi per la casa, 10 per i vestiti, 9 per i cibi. Ripetizioni ingenue: insegnava e nel suo insegnamento diceva loro, 4,2; l’iscrizione era scritta 5,26; il cieco vede le persone come alberi ambulanti 8,24; nessuno lo poteva legare neppure con una catena 5,3.

Procede per approssimazione, per tocchi successivi: Satana, discorde, non può più sussistere, anzi è finito (3,26); Davide si trovò nel bisogno ed ebbe fame (2,25). Dietro questi tocchi successivi del racconto si avverte forse la viva voce di un narratore (chi?: Gesù? Pietro?). Usa frasi corte e collegate con molti kai, kai (e, e), e questo richiama lo stile di uno che racconta cose che ha visto.

Tutte queste caratteristiche rendono questo breve vangelo (con molta probabilità il primo ad essere scritto) attraente e prezioso. La tradizione che presenta Marco come interprete di Pietro, sembra confermata da questo stile narrativo che fa quasi percepire la voce di un testimone oculare che racconta ciò di cui è stato testimone.

«Lo stile di Marco è ruvido, pieno di aramaismi e spesso scorretto, ma spontaneo e ricco di una vivacità popolare piena di fascino» (Bibbia di Gerusalemme).

di Mario Barbero

Ecco tutti gli articoli di padre Mario sul Vangelo di Marco:

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Mario Barbero

Padre Mario Barbero, missionario della Consolata, nato nel 1939, è stato a Roma durante il Concilio, poi in Kenya, negli Usa, in Congo RD, in Sudafrica e ora di nuovo in Italia. Formatore di seminaristi, ha sempre amato lavorare con le famiglie tramite l’esperienza del Marriage Encounter (Incontro Matrimoniale).
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Padre Mario Barbero, missionario della Consolata, nato nel 1939, è stato a Roma durante il Concilio, poi in Kenya, negli Usa, in Congo RD, in Sudafrica e ora di nuovo in Italia. Formatore di seminaristi, ha sempre amato lavorare con le famiglie tramite l’esperienza del Marriage Encounter (Incontro Matrimoniale).