Slow page dei Missionari della consolata

Marco 06. L’insegnamento in parabole.

Nel capitolo 4 di Marco ci sono alcune delle sue rare parabole

Chicchi di senape.
Le parabole (Mc 4)

Una delle caratteristiche di Gesù è il suo insegnamento in parabole. È soprattutto nel vangelo di Matteo che molte di queste parabole vengono tramandate, ma tutti i vangeli ne raccolgono alcune. Il Vangelo di Marco, che è più interessato ai miracoli di Gesù e che, tra tutti, è il più sobrio circa il contenuto del suo insegnamento, raccoglie tuttavia alcune parabole in Mc 4, la cui struttura è la seguente:

  • 4, 1-2: Breve introduzione, Gesù insegna da una barca;
  • 4,3-9: il seminatore;
  • 4,10-12: perché Gesù insegna in parabole;
  • 4,13-20: spiegazione della parabola del seminatore;
  • 4.21-25: come ricevere l’insegnamento di Gesù;
  • 4,26-29: il seme che cresce da solo;
  • 4,30-34: il chicco di senape.

Marco mette insieme tre parabole chiamate comunemente «del contrasto»: il seminatore, il seme che cresce da sé, il granello di senape. Sono legate da un’immagine comune – il seme – e servono a illustrare la stessa realtà, quella del Regno di Dio, considerata da tre angolature diverse (Pronzato).

Capitolo 4

1 Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. 2Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: …

Gesù torna ad insegnare lungo il mare. Spostamento di scena, dalla casa (3,31) al mare. Nella prima parte del Vangelo, Marco fa risaltare spesso che attorno a Gesù vi sono dei gruppi di persone, le «folle» (2,2.13;3,9.20.32). Ora la folla è così grande che egli la istruisce dalla barca che aveva già fatto preparare (3,9). Nella posizione del rabbi che insegna, Gesù siede sulla barca e di lì si rivolge alla folla che sta sulla riva. È l’inquadratura all’insegnamento in parabole. Gesù insegna molte cose con parabole, anche se Marco ne esplicita solo alcune (mentre Matteo ne racconterà molte altre, ben sette, Mt 13,1-52).

Il seminatore

3«Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». 9E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».

La più lunga delle parabole è quella del seminatore, che si apre con un invito all’attenzione: «Ascoltate». La parabola si trova, quasi con le stesse parole, in Mt 13 e Lc 8. La figura del seminatore è ben nota agli ascoltatori di Gesù, direi che è una figura familiare nell’ambiente agricolo della Galilea. Questa parabola viene chiamata del seminatore, tuttavia il personaggio del seminatore viene menzionato solo all’inizio, il resto del racconto si concentra sui vari tipi di terreno che accolgono il seme e ne determinano il rendimento. Ognuna di queste scene è comprensibile e si richiama a una realtà familiare a chi osserva un campo arato e ben preparato per la semina come avviene nell’agricoltura del nostro tempo. Al tempo di Gesù non vi erano macchinari sofisticati per arare né per seminare come avviene nel nostro tempo. Tuttavia anche in quella forma «primitiva» di agricoltura vi è la realtà del seme che marcisce per poter germogliare e produrre la spiga e poi un elemento di sorpresa e cioè la sproporzione tra il seme che si butta via e la quantità che viene raccolta. La quantità del raccolto in Marco è disposta in percentuale crescente dal 30 al 100 (in Matteo è nella proporzione inversa). Chiude la parabola, che si era aperta con l’invito ad ascoltare, l’avvertimento «chi ha orecchi per ascoltare ascolti», e questa frase introduce il paragrafo seguente.

Perché Gesù insegna in parabole

10Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. 11Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, 12affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato».

Questo brano sembra fuori posto, infatti Gesù non è più sulla barca per parlare alle folle, ma con i Dodici e il gruppo di coloro che gli erano attorno. Marco tuttavia inserisce qui una frase misteriosa (vv. 11-12) circa le parabole, che si trova in altri contesti del NT e che pare sia circolata per spiegare perché l’insegnamento di Gesù ha trovato tanta incomprensione tra i suoi contemporanei, soprattutto tra «i suoi» (Gv 1,11). Per comprendere non solo le parabole ma l’insegnamento e il comportamento di Gesù, cioè il mistero del regno di Dio si richiede l’apertura del cuore, la fede in Gesù, altrimenti si appartiene a «quelli che sono fuori» e tutto diviene enigma, si guarda senza vedere, si ascolta senza capire: «a meno che si convertano». Concordo coi commentatori che traducono il «perché non si convertano» con «a meno che si convertano, e allora sarà loro perdonato». Convertendosi «quelli che sono fuori» entrano dentro e fanno parte dei suoi, quelli che stanno con lui.

Spiegazione della parabola del seminatore

13E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? 14Il seminatore semina la Parola. 15Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. 16Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, 17ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. 18Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, 19ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. 20Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno».

La spiegazione della parabola sposta il centro d’interesse dall’attività del seminatore al percorso del seme, o meglio alla varietà del terreno che riceve il seme. Spesso i commentatori evidenziano la differenza di stile dal racconto della parabola (4,3-9) alla spiegazione (4,13-20) e alcuni pensano che la spiegazione sia una esplicitazione più tardiva delle parole di Gesù come esortazione alla comunità cristiana a far fruttificare il seme. Senza soffermarmi a discutere queste due posizioni, vorrei sottolineare come questa spiegazione (4,14-20) è una profonda riflessione sulla realtà della recezione della parola di Dio (sotto l’immagine del seme) nella vita del discepolo e quindi della comunità. La varietà del terreno che riceve il seme (strada, sassi, rovi, terreno buono) mette in luce le varie attitudini, e la conseguente responsabilità, di chi riceve la Parola e la fa fruttificare oppure la rifiuta o la trascura (ma questo non è vero anche di ogni comunicazione dialogica tra le persone? Non è una ‘parabola’ di come accolgo ciò che l’altro mi dice?). Molto psicologico e realista anche il riferimento alla superficialità, all’entusiasmo passeggero, allo scoraggiamento e all’attrazione delle ricchezze sull’animo del credente. Al di là di tutti i limiti e gli ostacoli, però, anche la spiegazione della parabola termina in un crescendo di fecondità del seme/Parola che produce fino al cento per uno.

Come ricevere l’insegnamento di Gesù

21Diceva loro: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? 22Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. 23Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
24Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. 25Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

Ancora due raccomandazioni – «diceva loro» (21. 24) – sul modo di accogliere la Parola, la buona notizia del Regno, per affermare che essa non è un messaggio riservato a pochi e da tener nascosto, ma, come la luce di una lampada, non va nascosta bensì irradiata. Voi comprenderete nella misura in cui sarete aperti a ricevere (24b), infatti, «a chi ha sarà dato…», proverbio antico e sempre attuale nella società: il ricco diventa sempre più ricco e il povero sempre più povero (non è così anche oggi?). Ebbene questo si applica anche nel processo di accoglienza e dello sviluppo della Parola nella vita del credente. «Chi ha un tesoro di fede e di amore riceverà doni maggiori, ascoltando la Parola di Dio. Chi invece è privo di tutto questo, vedrà scomparire anche la fede da lui accolta solo esteriormente e finirà per restare a mani vuote» (Schnackenburg).

Il seme che cresce da solo

26Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Questa breve parabola del seme che cresce da solo è uno dei rari testi che si trovano solo nel Vangelo di Marco. Ancora una volta il messaggio del racconto è un senso di meraviglia e di stupore: come «egli stesso non lo sa». Il regno di Dio è una realtà che trascende e sorprende l’uomo: ci sono troppi elementi che non dipendono dall’uomo, dorma o vegli, di notte o di giorno, il regno si afferma e si sviluppa. All’uomo non rimane che aprirsi all’ammirazione, allo stupore e alla fiducia.

Il chicco di senape

30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

La parabola del chicco di senape, narrata con stile rabbinico che si apre con un interrogativo «a che cosa paragoneremo»? per attirare l’attenzione e poi accoglie alcune precisazioni non scientifiche (la senape non è il più piccolo dei semi, né il più grande di tutti gli ortaggi) per mettere in risalto il cuore della parabola: il contrasto tra la piccolezza del seme e la grandezza della pianta che diviene rifugio degli uccelli. La parabola è un invito alla fiducia.
Gli ultimi due versetti 33-34 sono la conclusione del capitolo dell’insegnamento in parabole e sono simili a Mt 13,34-35, mettendo in risalto non tanto il metodo di insegnamento ma il suo carattere misterioso. Gesù poi in privato insegna ai discepoli. Infatti neanche i discepoli comprenderebbero il mistero nascosto nelle parabole senza la spiegazione di Gesù.
La conoscenza di Gesù è un dono di Dio a cui si accede per mezzo della fede.

di Mario Barbero

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Mario Barbero