Slow page dei Missionari della consolata

Matteo 11. La Passione di Cristo

Le peculiarità di Matteo nel racconto della Passione.

Il suicidio di Giuda e la crocifissione di Gesù, da Quattro avori della passione, 420 ca., scrigno in avorio, Londra, British Museum.

Chiunque legga i vangeli resta impressionato dalla sproporzione tra lo spazio dedicato al racconto della Passione e morte di Gesù e quello dedicato al resto della sua vita, tanto che qualcuno ha detto: «I vangeli sono una narrazione della passione e morte di Gesù con una prefazione che racconta il resto della sua vita».
Indubbiamente è vero. C’è una sproporzione tra quanto viene narrato sugli ultimi giorni (l’ultima settimana) della vita di Gesù e quanto viene raccontato sugli oltre trent’anni della sua vita precedente. E questo è un dato significativo. Un dato quantitativo che rivela molto dell’importanza che la comunità cristiana primitiva ha attribuito all’evento della passione di Gesù.

Le «aggiunte» originali di Matteo

I quattro evangelisti offrono una narrazione essenzialmente comune degli eventi dell’ultima settimana terrena di Gesù, dall’ingresso in Gerusalemme all’arresto, al processo, alla condanna, alla crocifissione. Su questa trama comune, però, ogni evangelista, presenta dei dettagli, delle sottolineature e talora delle annotazioni teologiche proprie che rendono più ricco e vario il racconto.

Desidero qui evidenziare le “aggiunte” del vangelo di Matteo.

Pur seguendo fondamentalmente il racconto di Marco, sono quattro i punti nel suo racconto della Passione in cui Matteo presenta le novità più evidenti, cioè elementi (completamente o in larga parte) assenti nel vangelo di Marco.

  1. Il racconto della morte di Giuda per impiccagione (27,3-10);
  2. alcune singolari accentuazioni nel modo in cui Matteo racconta il processo di Gesù davanti a Pilato (27,11-26);
  3. la descrizione dei fenomeni cosmici che seguono immediatamente la morte di Gesù (27,51b-53);
  4. la sequenza relativa alla guardia che i giudei mettono alla tomba di Gesù: i capi giudei sono preoccupati delle parole di questo «impostore» e dicono a Pilato che è meglio controllare la tomba, affinché non avvenga che i suoi discepoli portino via il corpo e lo dichiarino risorto (27,62-66).

La morte di Giuda per impiccagione (27,3-10)

3Allora Giuda – colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, 4dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente”. Ma quelli dissero: “A noi che importa? Pensaci tu!”. 5Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. 6I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: “Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue”. 7Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. 8Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. 9Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, 10e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

Solo Matteo inserisce questo racconto nella trama della Passione, tradizione che viene ricordata anche negli Atti degli Apostoli (1,15-20) e che colora di tragicità il già tragico profilo di Giuda Iscariota «colui che poi lo tradì» (10,4). Il tono della narrazione è distaccato ma lascia intuire la solitudine sperimentata da Giuda dopo aver collaborato coi sacerdoti e gli anziani a far arrestare Gesù e che ora, dopo la sua condanna da parte del sinedrio, si sente abbandonato da essi: «A noi che importa?» (v.4). Fedeli alla lettera della Legge fino in fondo, i capi dei sacerdoti usano i trenta denari per comprare il campo del vasaio che adesso verrà chiamato «Campo di sangue». Matteo vede in questo l’adempimento della profezia di Geremia.

Processo a Gesù davanti a Pilato (27,11-26)

11Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: “Sei tu il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Tu lo dici”. 12E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. 13Allora Pilato gli disse: “Non senti quante testimonianze portano contro di te?”. 14Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. 15A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. 16In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. 17Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: “Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?”. 18Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
 19Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua”. 
20Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. 21Allora il governatore domandò loro: “Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?”. Quelli risposero: “Barabba!”. 22Chiese loro Pilato: “Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?”. Tutti risposero: “Sia crocifisso!”. 23Ed egli disse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora gridavano più forte: “Sia crocifisso!”.
 24Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: “Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!”. 25E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. 26Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Dopo la comparizione di Gesù davanti al tribunale del sinedrio che lo dichiara reo di morte (27,57-67), Gesù viene portato davanti a Pilato, il governatore romano che solo ha il potere di condannarlo a morte. Il racconto del processo davanti a Pilato segue quello di Marco con queste aggiunte:

  • l’intervento della moglie di Pilato che manda un messaggio a suo marito: “Non avere a che fare, oggi con quel giusto” (v.19);
  • Pilato che si lava le mani come gesto di dissociazione dalla condanna voluta dai Giudei e il suo ritirarsi ‘pilatesco’: “Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi”;
  • infine la risposta del popolo con parole pesanti: “Il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli”. (vv.24-25)

Tutti questi dettagli vogliono far vedere anzitutto l’innocenza di Gesù affermata da Pilato nel momento stesso in cui cede alle pressioni della folla, abbandonandolo nelle loro mani dopo essersi lavate le mani e averlo sottoposto alla terribile tortura della flagellazione. La rapida apparizione, nel racconto, della moglie di Pilato conferma la testimonianza sull’innocenza di Gesù e la sensibilità femminile. Pur non essendo tra le donne che accompagnano Gesù al Calvario questa dama di cui non conosciamo il nome si aggrega ad esse nella sensibilità e nella compassione.
Matteo mette in forte risalto la responsabilità delle autorità giudaiche per la condanna a morte di Gesù. L’estensione della responsabilità a tutto il popolo “il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli” riflette forse il periodo della definitiva rottura tra la comunità cristiana e il giudaismo, e avrà delle conseguenze secolari di incomprensione e odio tra Ebrei e cristiani fino a far credere che tutti gli Ebrei, anche quelli nati secoli dopo, siano i responsabili della morte di Gesù. Sarà il Concilio Vaticano II che con autorità dirà: “E se le autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperati per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo” (NA 4: Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane).

Fenomeni cosmici ed escatologici (27, 51b-53)

51[Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo], la terra tremò, le rocce si spezzarono, 52i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. 53Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.

Il velo del Tempio che si squarcia è attestato anche da Marco (15,38), vuol significare la fine del culto nel Tempio, la comunicazione con Dio oramai non è più affidata al Tempio di Gerusalemme. La morte di Gesù ha aperto l’accesso a Dio, al quale si arriva non in un tempio costruito da mani d’uomo ma in Gesù il vero Dio con noi.
Matteo aggiunge i segni cosmici ed escatologici, riecheggiando immagini profetiche che descrivevano cambiamenti radicali operati da Dio nei giorni ultimi (Is 13,13; Am 8,8; Dan 12,12; Ez 37,12): terremoto, apertura delle tombe, risurrezione di molti santi e loro apparizione in Gerusalemme. Matteo vuole dire che l’ora attesa è giunta con Cristo, le forze della morte non hanno l’ultima parola. La morte di Gesù apre la via alla sua risurrezione e apre ai fedeli (i santi) la speranza della loro risurrezione con Gesù. I corpi dei santi escono dai sepolcri dopo la risurrezione di Gesù.
A vedere queste cose il centurione e quelli che erano con lui dissero: “Veramente era il figlio di Dio” (v.54). «Più importante ancora del segno cosmico è un processo di fede: il centurione nello sconvolgimento per gli avvenimenti che vede, riconosce Gesù come figlio di Dio. Sotto la croce prende inizio la chiesa dei pagani” (J. Ratzinger).

Le guardie al sepolcro (27, 62-66)

62Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, 63dicendo: “Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. 64Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!”. 65Pilato disse loro: “Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete”. 66Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Questa aggiunta matteana vuole spiegare il perché delle false accuse contro la risurrezione di Gesù, diffuse tra gli oppositori dei cristiani. Le autorità giudaiche “capi dei sacerdoti e farisei” (i più accesi oppositori della comunità cristiana quando il vangelo di Matteo venne scritto) per precauzione mettono delle guardie al sepolcro per paura che i discepoli vengano a rubare il corpo di Gesù e poi dicano che è risorto. Questo episodio avrà un seguito in 28,11-15 quando le autorità giudaiche offriranno una somma di denaro alle guardie perché dicano: “i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato mentre noi dormivamo”, meritandosi poi il commento sarcastico di S. Agostino “dormientes testes adhibes” (presenti dei testimoni che dormivano).

Conclusione

Il Vangelo di Matteo si conclude con l’apparizione di Gesù in Galilea e la missione universale dei discepoli, (Mt 28,16-20).

16Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Questa breve scena si può dire che riassume l’intero vangelo. Abbandonando Gerusalemme, Gesù Risorto si presenta in Galilea come all’inizio del vangelo quando chiamò gli apostoli (4,19). Sale sul monte come quando salì sul monte delle beatitudini (Mt 5) e dove ora risuonano le parole del Signore glorioso. Gli undici discepoli rappresentano tutta la chiesa, ad essi appare il Risorto e li invia a tutti i popoli per farli discepoli. Il contenuto di questa scena si articola in tre proposizioni: l’affermazione: “a me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (v.18), il comando “andate e fate discepoli tutti i popoli” (v.19), e l’assicurazione della sua presenza “Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo” (v.20).
Il fare discepoli comprende due attività: insegnare ad osservare ciò che Gesù ha comandato e battezzare nel nome del Padre, Figlio e Spirito Santo.
Il vangelo termina come aveva cominciato: all’inizio fu rivelato il nome di “Emanuele, Dio con noi” (1,23), ora la promessa del Risorto “Io sono con voi”.  L’Emanuele è diventato realtà.

di Mario Barbero

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Mario Barbero