Slow page dei Missionari della consolata

02/ 1Corinti. Partire da… Filemone

Da schiavo e fratello

Prima d’inoltrarci nello studio della Prima Corinti, voglio proporre la lettura della più breve tra le lettere di Paolo, scritta a Filemone, riguardo al suo schiavo Onesimo, il «figlio» che Paolo «generò» in prigione.

Filemone, la lettera più breve e personale di Paolo

Per il tema, lo stile e il tono affettuoso, il «bigliettino» scritto da Paolo a Filemone è considerato una perla.
Scritta da una prigione, probabilmente a Roma, attorno al 61-63.

[1] Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timòteo al nostro caro collaboratore Filèmone, [2] alla sorella Appia, ad Archippo nostro compagno d’armi e alla comunità che si raduna nella tua casa: [3] grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.
[4] Rendo sempre grazie a Dio ricordandomi di te nelle mie preghiere, [5] perché sento parlare della tua carità per gli altri e della fede che hai nel Signore Gesù e verso tutti i santi. [6] La tua partecipazione alla fede diventi efficace per la conoscenza di tutto il bene che si fa tra voi per Cristo. [7] La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, fratello, poiché il cuore dei credenti è stato confortato per opera tua.
[8] Per questo, pur avendo in Cristo piena libertà di comandarti ciò che devi fare, [9] preferisco pregarti in nome della carità, così qual io sono, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù; [10] ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, [11] Onesimo, quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me. [12] Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore. [13] Avrei voluto trattenerlo presso di me perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per il vangelo. [14] Ma non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo.
[15] Forse per questo è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; [16] non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore.
[17] Se dunque tu mi consideri come amico, accoglilo come me stesso. [18] E se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto.
[19] Lo scrivo di mio pugno, io, Paolo: pagherò io stesso. Per non dirti che anche tu mi sei debitore e proprio di te stesso!
[20] Sì, fratello! Che io possa ottenere da te questo favore nel Signore; dà questo sollievo al mio cuore in Cristo! [21] Ti scrivo fiducioso nella tua docilità, sapendo che farai anche più di quanto ti chiedo. [22] Al tempo stesso preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito.
[23] Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia per Cristo Gesù, [24] con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori.
[25] La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito.

Filemone

Un benestante di Colossi

Filemone, un cristiano benestante di Colossi, probabilmente evangelizzato da Paolo, aveva uno schiavo di nome Onesimo, che è fuggito (magari portando con sé anche un po’ di soldi), ed è arrivato a Roma dove ha incontrato Paolo e, tramite lui, la fede cristiana.

Uno schiavo fuggitivo poteva essere condannato a morte, e Paolo poteva essere considerato un suo complice. Ma l’Apostolo non ricorre a proposte legali per cambiare la struttura giuridica e la cultura del suo tempo, bensì trasferisce il problema e la sua soluzione al grande principio cristiano dell’amore e della fraternità, più forte del rapporto giuridico tra padrone e schiavo. Se Filemone ha perso uno schiavo potrà guadagnare un fratello, e Paolo sarà stato l’agente discreto di questo cambio.

Onesimo è uno schiavo fuggito dal suo padrone in Colossi (una città dell’odierna Turchia) e, con tutta probabilità, rifugiatosi a Roma dove è più facile non essere rintracciato. A Roma, Onesimo viene in contatto con Paolo, prigioniero, e da lui accoglie la «buona notizia» di Gesù. Convertito alla fede, Onesimo diventa amico e aiutante del prigioniero Paolo. 

Dal carcere

La lettera a Filemone è scritta dal carcere.  È impressionante ricordare che dei suoi anni di vita missionaria, Paolo ne trascorse almeno quattro in carcere, dapprima due anni a Cesarea (Atti 24,27), poi due anni a Roma (Atti 28,30), inframezzati da altre carcerazioni più brevi, come a Filippi (Atti 16,23). 

Il carcere tuttavia non gli impedisce di rendere testimonianza a Gesù. Come scrive ai Filippesi (altra lettera scritta dalla prigione), «la situazione in cui mi trovo ha giovato alla diffusione del vangelo. Nel palazzo dell’imperatore e fuori, tutti sanno che io sono in prigione a causa di Cristo. La maggior parte dei fratelli ha acquistato una fiducia più grande nel Signore proprio perché io sono in carcere e annunciano la parola con più decisione e senza paura (Fil 1,12-14). Come dirà nella Seconda lettera a Timoteo: «Per lui soffro e sono incatenato come delinquente. Ma la parola di Dio non è incatenata» (2Tim 2,9).

Le parole più affettuose

Durante la sua prigionia a Roma, Paolo incontra e converte Onesimo che diventa suo amico. Alcune delle frasi più affettuose di Paolo sono scritte nei riguardi di questo schiavo cristiano. «Qui in prigione egli è diventato mio figlio […] egli è come una parte di me stesso” (Filem 10-11). Nella letteratura greca l’amico era chiamato «l’altra metà della mia anima».

Sebbene a malincuore, Paolo rimanda Onesimo al suo padrone Filemone, anch’egli convertito da Paolo alla fede. A Filemone, Paolo scrive una lettera di raccomandazione per Onesimo, poche righe affettuose scritte tutte di suo pugno (gli antichi di solito dettavano le lettere a uno scriba, e così fa anche Paolo, come risulta in Rom 16,22 ove appare il nome dello scriba Terzo).

La schiavitù

Questa lettera, ove si parla di uno schiavo, evoca il ricordo della schiavitù, un’istituzione sociale che permeò millenni di storia umana.

Legalmente la schiavitù fu abolita solo in epoca moderna, però non si può dire che sia del tutto scomparsa se ancora in questi giorni si parla di bambini schiavi venduti ad esempio in Sudan, per non dire delle moderne schiave della prostituzione di cui noi italiani siamo notevoli importatori e utenti.

La lettera a Filemone non è un trattato pro o contro la schiavitù. Leggerla in questa chiave la tradirebbe. Paolo è figlio del suo tempo e vive in una società nella quale lo schiavo è parte del panorama sociale. Paolo però è convinto che Gesù è il salvatore di tutti, dei liberi come degli schiavi. A tutti egli rivolge l’invito ad accogliere la salvezza proclamando che «Gesù è il salvatore» (Rom 10,9). Le comunità cristiane fondate da Paolo sono composte di schiavi e di persone libere. Ma Paolo proclama che in Cristo «non ha più alcuna importanza essere schiavo o libero» (Gal 3,28).

Nella lettera a Filemone in cui Paolo raccomanda lo schiavo Onesimo al suo padrone, non vi è alcun dibattito sulla schiavitù, vi è però la realtà della fraternità cristiana ove regna l’amore reciproco. 

«Anche tu mi devi te stesso»

A Filemone, Paolo parla come a un fratello, e gli raccomanda di accogliere lo schiavo fuggitivo Onesimo, non più come schiavo, ma come fratello. «Così come sono, io, Paolo, vecchio e ora anche prigioniero a causa di Gesù Cristo, ti chiedo un favore per Onesimo. Qui in prigione egli è diventato figlio. È quell’Onesimo che un tempo non ti è servito a nulla; ora invece può essere molto utile sia a te che a me. Egli è come una parte di me stesso: io te lo rimando. Sarei stato contento di poterlo tenere con me, ora che sono in prigione per avere annunziato Cristo. Avrebbe potuto aiutarmi al posto tuo. Ma non voglio obbligarti a questo favore: preferisco che tu agisca spontaneamente, perciò ho deciso di non far nulla senza che tu sia d’accordo. Forse Onesimo è stato separato da te, per qualche tempo, perchè tu possa riaverlo per sempre. Ora non accoglierlo più come uno schiavo. Egli è molto di più che uno schiavo: è per te un caro fratello. È carissimo a me, tanto più deve esserlo a te, sia come uomo che come credente.  Dunque se mi consideri tuo amico, accogli Onesimo come accoglieresti me. E se egli ti ha offeso o se deve restituirti qualcosa, metti tutto sul mio conto. Ecco la garanzia scritta di mia mano: io, Paolo, pagherò per lui. Vorrei però ricordarti che anche tu hai qualche debito verso di me: mi devi te stesso» (Filem 9-19).

La delicatezza di Paolo verso Filemone è ammirevole. Non gli dice cosa fare. Se tratterrà Onesimo al suo servizio, ha il diritto di farlo. Ma Paolo accenna anche a quanto Onesimo sarebbe utile se ritornasse accanto all’apostolo prigioniero a Roma. Se Filemone rimanderà Onesimo indietro a Paolo, Onesimo farà le veci di Filemone accanto a Paolo in prigione. 

Non sappiamo quale sia stata la risposta di Filemone alla richiesta di accogliere Onesimo non più come uno schiavo bensì come un fratello. Il fatto stesso che questa breve lettera sia stata conservata tra quelle autentiche di Paolo è forse un segno che Filemone seguì la proposta dell’apostolo.

Fedele e caro fratello

Di Onesimo non abbiamo altre notizie, eccetto un cenno nella lettera ai Colossesi 4,9: «Il  mio compagno Tichico, nostro caro fratello e fedele servitore nel Signore, vi porterà tutte le notizie che mi riguardano… Con lui verrà anche Onesimo, fedele e caro fratello, che è uno dei nostri» (Col 4,7-9).

Anche la lettera ai Colossesi è diretta ai cristiani di Colossi, città ove Filemone e la sua famiglia ospitava una comunità cristiana («a te Filemone, amico e compagno di lavoro, alla nostra sorella Appia… e alla comunità cristiana che si riunisce nella tua casa», Filem 2). Paolo, che durante la prigionia aveva considerato questo schiavo come «parte di se stesso» (Filem 12), ha in seguito avuto modo di sperimentare anche la sua fedeltà nel servizio, e ora lo chiama «fedele e caro fratello» (Col 4,9).

La breve e affettuosa lettera di raccomandazione a favore dello schiavo Onesimo è una magnifica testimonianza non solo della tenerezza del cuore di Paolo, ma anche della composizione eterogenea delle prime comunità cristiane. È una dimostrazione che l’invito alla conversione è rivolto a tutti, in qualsiasi strato sociale. I discepoli di Gesù, qualsiasi sia la loro provenienza, sono chiamati a vivere come fratelli. Infine è una testimonianza che anche nell’«inferno» del carcere, la parola di Dio continua ad essere efficace. Il carcere non impedisce l’azione missionaria di Paolo. Vi sono innumerevoli testimonianze che anche oggi il carcere è spesso luogo di conversione e di vita nuova.

di Mario Barbero

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Mario Barbero

Padre Mario Barbero, missionario della Consolata, nato nel 1939, è stato a Roma durante il Concilio, poi in Kenya, negli Usa, in Congo RD, in Sudafrica, in Italia e ora, dall'inizio del 2020, di nuovo in Sudafrica. Formatore di seminaristi, ha sempre amato lavorare con le famiglie tramite l’esperienza del Marriage Encounter (Incontro Matrimoniale).

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