Slow page dei Missionari della consolata

L’Africa nel cuore. Per ritrovare ciò che si era perduto

Come raccontare un’esperienza di missione in Africa? Un tempo breve, ma tanto ricco da avere in sé il rischio di lasciare privi di parole. Perché le parole, così come le immagini, sono insufficienti per descrivere un viaggio di conoscenza e servizio che spesso è anche (se non soprattutto) un viaggio interiore.

Padre Tarcisio Foccoli con il gruppo di giovani italiani in Swaziland

Ecco le testimonianze di alcuni dei giovani che, durante l’estate scorsa, hanno preso il volo verso l’Africa. Quattro brevi racconti che parlano di quattro gruppi di amici dei missionari della Consolata, partiti per confrontarsi con un mondo e un modo di vivere «diversi», in Tanzania, Congo RD, Kenya e Swaziland.
Dopo aver letto queste righe, andate sulla rubrica Missione e Missioni: troverete altre testimonianze, altri racconti, altre riflessioni. Parole di giovani che esprimono, a volte poeticamente per fuggire dalle trappole del linguaggio stereotipato, qualcosa di vicino all’inesprimibile.

L’Africa non si può spiegare

Dodici giovani di Torino. Tre settimane in Tanzania, a Tosamaganga. Accompagnati da Fabrice Bakebe, missionario della Consolata congolese, in Italia da diversi anni. Ecco alcune suggestioni sul loro viaggio.

«Cosa mi racconti dell’Africa?»

È probabilmente la domanda più frequente che ci si sente porre al ritorno da un viaggio in quell’immenso continente a forma di cuore.

Il problema è: come rispondere al quesito? Mostrando le foto? Definendo le emozioni provate? Facendo ascoltare la musica tipica? Spiegando le mille varianti che può avere un colore – cosa, per chi non ha visto un tramonto africano, forse un po’ complessa da immaginare -?

La risposta è che l’Africa non si può spiegare. È un continente che va assaporato attraverso tutti e cinque i sensi, ogni momento vissuto è un turbine di sensazioni, pelle d’oca, cuore che pulsa, vita che ti scorre sempre più affamata nelle vene. Nel momento in cui si mette piede in quella terra si viene avvolti da un’aria diversa, alzando lo sguardo al cielo ci si sente piccoli, molti spazi non sono delimitabili, c’è così tanto davanti agli occhi che questi non sono mai sazi di osservare. Le luci sono più luminose, l’alba ha un colore nuovo, il buio è più intenso, le stelle brillano di più.

Durante gli spostamenti si è sempre all’erta poiché la possibilità di incontrare qualcosa di nuovo che cattura l’attenzione è alta: il cane denutrito, i bambini sorridenti che agitano le mani per salutare, una donna che porta sulla schiena il suo bambino, un artigiano che crea cesti, degli uomini che costruiscono la propria casa. È un continuo intervallarsi di luoghi disordinati e sporchi e di natura e spazi infiniti.

Leggi anche le altre quattro testimonianze sull’esperienza in Tanzania:
«Campo in Tanzania 1. Sensazioni Corporee», di Diana.
«Campo in Tanzania 2. Niente e tutto », di Ylenia.
«Campo in Tanzania 3. L’Africa ti mette in difficoltà», di Stefano.
«Campo in Tanzania 4. Ogni giorno è il regalo più bello del mondo», di Rachele.

Ma l’Africa è anche collettività: nei balli, nei canti, nei bambini che giocano in cerchio coinvolgendoti nel centro e insegnandoti i passi e le parole. La collettività è il thé o caffè caldo offerto quando ti presenti senza preavviso in una casa. La collettività è l’anziana che ti dona il suo scellino guadagnato probabilmente coltivando i campi con la schiena ricurva sotto il caldo cocente.

La collettività è non sentirsi mai soli: perché i bambini ti rincorrono e si aggrappano a te con tutte le loro forze, ti stringono le mani senza volerle più lasciare, perché le loro voci gridano il tuo nome facendo «jambo» con la mano; perché ti rivolgono i loro sorrisi e i loro occhi immensi, ti esplorano, dai capelli all’espressione, cercano di insegnarti qualcosa e si aspettano che tu faccia lo stesso. Non sentirsi soli significa venire fermati dai bambini quando si vuole uscire dal cortile della scuola, camminare salutando chi si incontra durante il tragitto, sentirsi dire «karibu» come benvenuto da qualcuno che ti apre la porta di casa sua come fosse anche casa tua.

L’Africa è le piccole cose, i bimbi contenti di indossare i tuoi occhiali da sole e che ridono a crepapelle quando si rivedono in una foto, l’importanza che danno alla tua presenza, la semplicità che fa vedere loro nel poco che hanno la cosa più bella del mondo.
E poi ancora, l’Africa è il suo conseguente «mal d’Africa» che colpisce già mentre si è lì e si sogna di doversene distaccare risvegliandosi con un tuffo al cuore. Non la si è ancora lasciata e già si vuole tornare.
L’Africa diventa così cibo e acqua per l’anima, e ossigeno per il cuore. Ti fa sentire al posto giusto nel momento giusto. Sei lì, in quel momento fai parte di lei, ne accetti le sue difficoltà, impari ad amarla, e nel frattempo ti ruba il cuore.
Ho lasciato il mio cuore là, dove so che potrò ritornare. Là è al sicuro, perché in Tanzania ha scoperto l’amore.

di Rebecca Beltramo Giacone


Mission is possible

Da Casa Milaico a Kinshasa e ritorno. Cinque giovani raccontano la scoperta dell’Africa e della missione.

Da Casa Milaico siamo partiti in sei: Marta, Marika, Sara, Francesco, Antonio e la nostra guida, padre Osorio, missionario mozambicano. Era agosto, destinazione: parrocchia Saint Hilaire, periferia di Kinshasa, Congo RD. Ad accoglierci abbiamo trovato padre Santino, il parroco, e padre Mathias, che hanno condiviso con noi la quotidianità, le riflessioni, la gioia e gli imprevisti di questa Africa che per noi era ancora sconosciuta.

Ciascuno è partito con quell’alma misionera, coltivata durante un anno di formazione missionaria e spirituale, che ci ha permesso di incontrare il Congo con autenticità. Il nostro servizio l’abbiamo prestato presso il centro ospedaliero di Kingasani, gestito dalle suore Poverelle di Bergamo: al dispensario, all’ospizio, al centro maternità, una realtà in cui si assiste alla lotta della vita con morte. Abbiamo parlato con i malati, le neomamme, le suore, il personale. Abbiamo cercato di «esserci», più che di «fare», mettendo il cuore in ogni situazione, usando il linguaggio universale dell’amore.

L’Africa che abbiamo vissuto ci ha toccato il cuore. Ne siamo rimasti affascinati, ma anche impressionati per la sofferenza che abbiamo visto e che gli occhi e il sorriso delle persone nascondevano. Pur vivendo in condizioni di estrema povertà, possiedono una profonda ricchezza interiore, provano gratitudine per quel poco che hanno. In ogni loro discorso c’è una benedizione, un affidarsi a Dio, segno di una grande fede. Questo ci ha spinti a interrogarci sul nostro credere, spesso dubbioso e debole pur vivendo noi nel benessere.

A Saint Hilaire abbiamo visto che la gente vive il senso della comunità cristiana, sa provare gioia e trasmetterla. Siamo stati accolti a braccia aperte con calore e, al momento dei saluti, ci è stata fatta sentire stima per aver scelto di trascorrere le vacanze lì, insieme a loro. Per vedere da vicino la realtà abbiamo deciso di spostarci sempre a piedi e di partecipare alle varie attività parrocchiali, come le prove del coro e gli incontri serali delle Cevb, le comunità ecclesiali viventi di base.

Alla domenica, la comunità è davvero «un luogo di festa»: un tripudio di colori negli abiti delle persone e un’esplosione di vita nelle voci, nei canti, nei balli, nel ritmo del tam-tam che non manca mai. L’Africa è davvero la nuova patria di Cristo, a cui l’Europa deve attingere oggi per ridare linfa al proprio cristianesimo, per risvegliarsi. Gli attuali problemi riguardanti l’immigrazione ad esempio dovrebbero essere affrontati dall’Europa tenendo a mente le proprie radici cristiane, di cui sembra essersi dimenticata.

L’esperienza in Africa deve aiutarci a riportare Cristo all’Europa.

Davvero la missione è possibile.

È stato bello vivere con la gente di Saint Hilaire, fare visita alle famiglie e ascoltare le loro storie, fare domande su costumi e tradizioni per noi difficili da capire. La missione fa crescere.

Non ci è stata offerta una «vita a cinquestelle», ma – usando le parole di padre Santino – «l’incontro con la vita a tante stelle della gente».

Ci portiamo a casa anche un tamburello, ricevuto in dono dalle suore, con l’augurio di «essere, ovunque saremo, una nota bella nel mondo». Sì, siamo ritornati per essere una nota bella nella nostra Italia.

di Marta Dall’Anese


Scoprire il dono del tempo

Kenya, agosto 2016. Sette giovani e la loro gioia dell’incontro con il «continente nero».

Quest’anno abbiamo deciso di trascorrere le nostre vacanze estive in modo diverso e a distanza di qualche settimana dal rientro lo confermiamo: «Non potevamo fare scelta migliore!». Il nostro gruppo, composto da sette giovani, dai 18 ai 27 anni, guidato da padre Nicholas, missionario keniano ormai da qualche anno residente a Bevera (Lecco), nelle tre settimane di permanenza in Kenya ha avuto la possibilità di vedere diverse realtà e di osservare la quotidianità di una cultura completamente diversa dalla nostra. Nei primi giorni siamo stati ospiti della Familia ya Ufariji, una casa per ragazzi di strada gestita da missionari italiani nella periferia di Nairobi. Lì abbiamo potuto osservare le diverse facce di una città caotica: la ricchezza di alcuni, la povertà della gran parte della gente comune. La seconda tappa è stata Tuthu, località di montagna situata a 2.200 m, dove è nata la prima missione della Consolata in Kenya. A differenza di quello che si può pensare, anche in Africa fa freddo, e lì ne abbiamo avuto la conferma. Tuthu è una realtà molto diversa da Nairobi, con altri ritmi, altri colori, e con un paesaggio singolare e affascinante, immerso nelle piantagioni di thè, tipiche della zona. Per dieci giorni siamo stati ospiti dalla parrocchia di Sant’Anna a Sega, piccolo villaggio confinante con la parrocchia di Ugunja (dove è nato padre Nicholas). A Ugunja e nelle parrocchie confinanti abbiamo fatto attività di animazione con bambini di diverse età. Ogni giorno avevamo di fronte a noi volti sempre nuovi, con sorrisi pieni di stupore nel vedere che qualcuno si interessava a loro. La gioia e la spontaneità dei bambini nella loro povertà è qualcosa difficile da descrivere a parole, ma che sicuramente rimarrà nei nostri cuori. Inoltre abbiamo avuto la fortuna di conoscere l’intera famiglia di padre Nicholas e molti suoi amici con cui abbiamo condiviso e scambiato parecchi racconti.

Grazie all’affetto e all’accoglienza della gente abbiamo riscoperto il dono del tempo: «Non si è mai troppo di fretta per un saluto e una buona parola per gli altri». Quello che abbiamo incontrato è un popolo povero di beni materiali, ma ricchissimo di fede. Ricordiamo con ammirazione la loro partecipazione alla santa messa come momento di lode e di gioia. Quello che abbiamo fatto in confronto a quanto ci è stato dato è davvero nulla.
Infine il nostro viaggio si è concluso con una visita al lago Victoria e il safari nel parco nazionale di Nairobi.
Quest’anno non abbiamo visto il mare, né abbiamo raggiunto rifugi in alta montagna, ma abbiamo provato emozioni e impresso nella nostra mente ricordi che difficilmente dimenticheremo.

di Luca Molteni


Sognatori della missione

Una testimonianza «diversa»: quella di padre Tarcisio (il primo a destra nella foto) che racconta dal suo punto di osservazione, quella dell’accompagnatore, l’esperienza estiva di sei giovani del gruppo di «Impegnarsi serve» in Swaziland e Sudafrica.

Leggi anche la testimonianza di Erika, «Campo in Swaziland e Sudafrica. Impressioni d’Africa».

Eravamo nel mese di agosto. Il viaggio ha avuto due momenti meravigliosi, molto diversi l’uno dall’altro.
Il primo è stato la visita in Swaziland, nella zona interessata da un progetto dell’associazione «Impegnarsi serve», legata al nostro istituto. Il gruppo era composto da sei impegnate ragazze, di cui quattro universitarie, studentesse di farmacia, e due segretarie, tutte residenti nei dintorni di Torino.
Lo scopo del progetto era quello di donare quindici contenitori per la raccolta dell’acqua in una zona dello Swaziland provata da una lunga e terribile siccità. Il gruppo, attraverso varie iniziative, aveva trovato la somma necessaria per realizzarlo. Il vescovo della diocesi di Manzini, mons. Josè Luis Gerardo Ponce de León, missionario della Consolata argentino, non ha mancato di esprimerci tutta la riconoscenza della gente e sua personale.

Visitando la zona colpita dalla siccità, abbiamo potuto constatare che i contenitori per l’acqua stavano per essere installati. Abbiamo abbracciato la gente che, già povera, e pur avendo già zappato gli orticelli presso le loro capanne, per la mancanza di pioggia, non hanno potuto seminare, vedendo sbiadire la speranza di avere un certo futuro di sopravvivenza.

Padre Giorgio Massa, missionario della Consolata cuneese nella missione di Hluti, ci ha confermato: «Purtroppo, non piovendo da sei mesi, la gente non ha neppure potuto seminare, e ora ha fame. Se non piove presto, moltissimi, soprattutto anziani, moriranno di stenti e di fame. Il governo cerca di fornire dell’acqua ma, a causa delle strade impervie e della lontananza, molta gente non riceve niente».

Il gruppo è stato toccato da questa terribile situazione. Una sera, pur avendo a disposizione una cena frugale composta da qualche fetta di pane e brodo di minestra, dopo aver visitato la gente, non ci sentivamo tranquilli a sederci a tavola pensando a chi, in quello stesso momento non avrebbe avuto niente da mangiare.
In ogni capanna visitata si è pregato perché il Signore mandasse la pioggia. Pregate pure voi!

Il secondo momento è stato la visita alla missione di Osizweni, township della città sudafricana di Newcastel. È stata la missione in cui ho speso i miei ultimi 12 anni di servizio in quel paese. Lì siamo stati accolti a braccia aperte dai missionari, ma i veri protagonisti dell’incontro sono stati 467 «angioletti cioccolatini» e le loro maestre che ci hanno dato il loro benvenuti con canti e feste. Riabbracciare i responsabili di comunità, sentire l’urlo gioioso dei bimbi e dare loro polpose arance, sono stati momenti indescrivibili di commozione e di lacrime.

Non sono mancate le visite alla capitale del Sud Africa, Pretoria, e, in modo particolare, a Sowetu, al Museo dell’apartheid e alla casa modesta di Nelson Mandela, oltre che, se pur da lontano, allo stadio First National Bank dove si è giocata la finale dei mondiali di calcio nel 2010.

Grazie Signore del dono e della benedizione sui sogni dei missionari.

Un saluto, un abbraccio e una preghiera per tutti gli amanti e «sognatori» della missione. E chi non lo è, abbia la gioia di diventarlo.

di Tarcisio Foccoli


Prossimamente nella rubrica Missione e Missioni:

Non mi sono mai sentita così persa come dopo questo ritorno.
Forse è proprio vero che il viaggio comincia alla sua conclusione, quando si riprendono la solita vita e le solite abitudini. (Rachele De Cianni su Amico on line)

Spesso durante il giorno sento il mio stomaco ferito dall’ulcera dell’amore; ripenso agli sguardi delle bambine della scuola elementare femminile che mi insegnavano con genuino entusiasmo i numeri e i giochi tradizionali; agli attenti sguardi di quei maestri amorevoli che si assicuravano imparassi correttamente; agli stessi capienti sguardi che, anfore profonde, chiedevano di venir colmati di ciò che sapevo, di ciò che potevo offrire loro, di ciò che io stessa ero. (Diana Pellegrini su Amico on line)

Scoprimmo quasi per caso l’asilo, quel giacimento di preziosa umanità, e ne fummo gelosamente attratti; divenne il nostro segreto, un posto in cui sotterrare il superfluo per alleggerire l’anima ed entrare in contatto con l’essenza. (Diana Pellegrini su Amico on line)

L’aria che respiri ha il sapore della pace lì, a Tosamaganga. Riempie i polmoni in modo diverso, come se avesse dentro pura energia e non semplice ossigeno. Il vento che soffia spezza i raggi del sole, che altrimenti sarebbero cocenti. Ma essi raggiungono comunque ogni cosa. Colorano di sfumature nuove le cose più semplici del mondo, eliminando la scorza di banalità che siamo soliti attribuire loro. (Ylenia Arese su Amico on line)

Ritornata a casa è difficile raccontare quello che si è vissuto. In questo momento risulta molto facile fare una rassegna dei luoghi che abbiamo visitato, una descrizione delle missioni, degli asili e degli ospedali che abbiamo visto. La mente in questo momento è vuota: è il cuore ad essere pieno. Pieno di volti, occhi, sorrisi, lacrime, risate, abbracci, gesti che ci hanno accompagnati come gruppo in questo viaggio. (Erika Sgargetta su Amico on line)

Spesso mi chiedono cosa mi abbia lasciato l’Africa. Rispondo che mi ha donato un nuovo modo di intendere l’esistenza e in particolare le relazioni interpersonali che servono a darle un senso. (Stefano Baudino su Amico on line)

Sembra che loro non se ne accorgano, del tempo. Non è così temuto, non si cerca di fermarlo né di rincorrerlo. L’Africa è l’accettazione delle cose, e quindi anche del tempo. Non si rimane bambini tutta la vita, né vecchi per sempre. Si vive ogni giornata come il regalo più bello del mondo. Si ringrazia per il nuovo giorno che ci è stato donato, si ringrazia prima e dopo mangiato. Si ringrazia per esserci, aldilà del tempo per cui ci saremo. (Rachele De Cianni su Amico on line)

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