Slow page dei Missionari della consolata

10/ 1Corinti. Fare tutto per la gloria di Dio

Tutto è lecito, ma non tutto giova

Considerando l’esempio di Israele (1Cor 10,1-13)

Paolo illustra la necessità di perseverare fino alla fine. Lo fa ricordando ai corinti vari episodi escatologici degli Israeliti nel deserto, commentandoli non come fa un predicatore fondamentalista, ma con la libertà d’interpretazione della tradizione rabbinica, per applicarli al momento presente della comunità.
Il tema dell’Esodo è uno dei più sfruttati nella tradizione in cui è stato formato il giudeo Paolo. Gli episodi rievocati sono: il passaggio del mare (Es 14), la manna (Es 16), l’acqua dalla roccia (Nm 20), la vigliaccheria davanti al pericolo (Nm 14), il vitello d’oro (Es 32), la prostituzione sacra (Nm 25), il serpente (Nm 21), la protesta (Nm 17).

1Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, 2tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, 3tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, 4tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. 5Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. 6Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. 7Non diventate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto sta scritto: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi. 8Non abbandoniamoci all’impurità, come si abbandonarono alcuni di loro e in un solo giorno ne caddero ventitremila. 9Non mettiamo alla prova il Signore, come lo misero alla prova alcuni di loro, e caddero vittime dei serpenti. 10Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. 11Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. 12Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. 13Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere.

1Cor 10,1-13

Gli Israeliti furono un popolo favorito e “coccolato” da Dio, certamente molti di loro prevaricarono, si prostituirono e divennero idolatri, fornicarono, protestarono, si ribellarono nell’ora della tentazione nel deserto. Il deserto è la tappa tradizionale della prova (cf. Es 16,4; 20,20; Dt 8,2.16) che è parte integrante dell’esistenza umana e cristiana. Nel Padre nostro chiediamo di superarla, non di eliminarla.
Paolo, semplicemente e con chiarezza, fa una richiesta: eliminare dalla nostra vita ogni presunzione e autosufficienza. 
L’Apostolo vuole vedere il cristiano umile e nello stesso tempo preparato come un atleta di fronte alla tentazione che continuamente gira attorno alla nostra vita. Certamente non siamo soli davanti al pericolo, e qui l’Apostolo forgia una formula di incoraggiamento: “Dio è fedele e non permetterà che siamo tentati al di là delle nostre forze, e insieme con la tentazione, vi darà anche il modo per poterla sostenere” (13). Quanto è importante ricordare questo principio.

Pasti idolatrici e libertà cristiana (1Cor 10,14-11,1)

Le tentazioni concrete e alcune delle cadute dei Corinti sono già apparse nel corso della lettera. Adesso Paolo va a giudicare un caso particolare: la partecipazione ai banchetti cultici pagani. Di fronte alla possibile obiezione che gli idoli non sono nulla e che perciò questi tipi di banchetti sono neutri (8,4), Paolo risponde con durezza: «Non voglio che voi entriate in comunione coi “demoni”» (20).

14Perciò, miei cari, state lontani dall’idolatria. 15Parlo come a persone intelligenti. Giudicate voi stessi quello che dico: 16il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane. 18Guardate l’Israele secondo la carne: quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare? 19Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa? O che un idolo vale qualcosa? 20No, ma dico che quei sacrifici sono offerti ai demòni e non a Dio.

1Cor 10,14-20a

Questi “demoni”, dice Paolo ai Corinti, sono oggi i “rivali” del nostro unico Dio che è un “Dio geloso” (cf. Es 20,5; 34,14; Dt 4,24; 5,9; 6,15). Sbaglieremmo se attribuissimo alle parole di Paolo un senso di condanna o di semplice disprezzo delle religioni pagane. Logicamente l’Apostolo non chiama divinità e demoni quegli idoli di legno o di marmo delle cerimonie religiose. Non era un sempliciotto. Però sapeva molto bene che quei banchetti non erano innocenti riunioni civiche o folcloristiche alle quali un cristiano convinto e “liberato” potesse partecipare senza pericolo per la sua fede. I “veri demoni” ai quali si prestava culto, simbolizzati nelle immagini e idoli che presiedevano a quei banchetti, erano l’egemonia e il potere delle classi dominanti che stavano alla base dell’ideologia politica dell’impero con le sue scuole di discriminazioni e sfruttamento.

Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; 21non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni. 22O vogliamo provocare la gelosia del Signore? Siamo forse più forti di lui?
23«Tutto è lecito!». Sì, ma non tutto giova. «Tutto è lecito!». Sì, ma non tutto edifica. 24Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri. 25Tutto ciò che è in vendita sul mercato mangiatelo pure, senza indagare per motivo di coscienza, 26perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene.

1Cor 10, 20b-26

I demoni dell’ingiustizia e dello sfruttamento del povero non conoscono frontiere. Si annidano e si camuffano nei sistemi politici ed economici, nei consigli di amministrazione, compresi in pratiche ed ideologie religiose.
In fin dei conti, Paolo sta dicendo all’élite ricca e “liberata” dei cristiani della comunità che si astengano da questi banchetti, anche a rischio di perdere contatti, amicizie e opportunità economiche. La ragione profonda di questo comportamento cristiano Paolo ce la offre presentando l’Eucaristia, centro e asse della comunità dei credenti, come l’espressione e affermazione di una specie di parentela “carnale”, di misteriosa “consanguineità” col Signore. Lì si realizza la comunione con Dio e con i fratelli. L’unico pane che mangiamo la simbolizza e il pasto comune la realizza: “Non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni, non potete condividere la mensa del Signore e la mensa dei demoni” (21), conclude Paolo.

Finalmente, ritornando al tema della libertà (6,12), l’Apostolo ripete un’altra volta che la carità impone un limite alla libertà, e che l’uso della libertà dev’essere “costruttivo”. Lo sarà soltanto se daremo la preferenza al prossimo, specialmente al prossimo più bisognoso.

27Se un non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza. 28Ma se qualcuno vi dicesse: «È carne immolata in sacrificio, non mangiatela, per riguardo a colui che vi ha avvertito e per motivo di coscienza; 29della coscienza, dico, non tua, ma dell’altro. Per quale motivo, infatti, questa mia libertà dovrebbe essere sottoposta al giudizio della coscienza altrui? 30Se io partecipo alla mensa rendendo grazie, perché dovrei essere rimproverato per ciò di cui rendo grazie? 31Dunque, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. 32Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; 33così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza.
11,1 Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo.

1Cor 10,27-11,1
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Luca Lorusso

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