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Marco 10. Alla scoperta di Gesù messia

Scoprire (lentamente) l'identità vera di Gesù.

«Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1) sono le prime parole del Vangelo di Marco. Con la vicinanza a Gesù, essendo testimoni dei suoi gesti e delle sue parole, i discepoli scoprono poco alla volta qualcosa della sua identità. Alla «confessione» di Pietro che lo chiama Messia, segue la seconda parte del Vangelo che porterà il centurione pagano a riconoscerlo Figlio di Dio quando lo vedrà morire in croce (15,39).
Qui prendiamo in esame alcuni momenti che portano alla scoperta di Gesù quale Messia e mostrano il lento cammino dei discepoli nel comprendere il mistero della sua persona.

Un nuovo miracolo dei pani (8,1-10)

Il racconto della moltiplicazione dei pani ricorre in tutti e quattro i vangeli. In Matteo (14,13-21 e 15,29-39) e Marco (6,34-44 e 8,1-10) ricorre due volte per ciascuno. Questo fatto evidenzia che tale miracolo è uno dei più grandi, un evento che ha impressionato maggiormente coloro che l’hanno visto accadere. Credo però che evidenzi anche un’altra realtà: la moltiplicazione del pane è simbolo e anticipo dell’Eucaristia, il «rito» misterioso dei primi cristiani che fin dagli inizi si riunivano per «spezzare il pane» (At 2,42) nel corso di una cena nella quale facevano sempre riferimento al gesto di Gesù: prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro (1 Cor 11,23-24).

1 In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2″Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. 3Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano”. 4Gli risposero i suoi discepoli: “Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?”. 5Domandò loro: “Quanti pani avete?”. Dissero: “Sette”. 6Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. 8Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. 9Erano circa quattromila. E li congedò. 10Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.

Marco ha già narrato una moltiplicazione dei pani in 6,34-44. Le somiglianze tra i due racconti sono molteplici: entrambi i miracoli, ad esempio, scaturiscono dalla compassione di Gesù per la folla che lo segue, vi sono però anche delle differenze: questo secondo evento è situato in territorio pagano, la folla da tre giorni segue Gesù e alcuni vengono da lontano (v 3). È Gesù che prende l’iniziativa accorgendosi che non hanno da mangiare, chiama i discepoli solo per condividere con loro la sua preoccupazione e chiedendo loro direttamente «quanti pani avete?» (v 5). I pani sono sette (nel primo miracolo erano cinque) e su di essi Gesù «rese grazie» (eucharistesas: termine che diverrà significativo, tipico per il rito della cena), li spezza e li dà ai discepoli perché li distribuiscano alla folla. Solo dopo questo primo gesto vengono menzionati anche i «pochi pesciolini» (v.7)  (i pesci perdono importanza di fronte al miracolo del pane). I pesciolini vengono benedetti (eulogesas) e distribuiti dai discepoli. La folla mangia a sazietà e ne avanzano sette sporte. Coloro che vengono saziati sono circa quattromila (mentre in 6,44 erano cinque mila).

Il cieco di Betsaida (Mc 8, 22-26)

22Giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. 23Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: “Vedi qualcosa?”. 24Quello, alzando gli occhi, diceva: “Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano”. 25Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. 26E lo rimandò a casa sua dicendo: “Non entrare nemmeno nel villaggio”.

La guarigione del cieco di Betsaida richiama la guarigione del sordo muto nella Decapoli (7,31-37). Entrambi sono espressione della compassione e tenerezza di Gesù verso i sofferenti e gli emarginati.
Può essere utile vedere le somiglianze narrative nelle due scene di guarigione:

  • il sordomuto: gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano:
  • il cieco: gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo;
  • il sordomuto: presolo in disparte lontano dalla folla gli pose le dita nelle orecchie e con la saliva gli toccò la lingua;
  • il cieco: prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e dopo avergli messo la saliva sugli occhi gli impose le mani e gli chiese: “vedi qualcosa”?;
  • Il sordomuto: e subito gli si aprirono gli orecchi e si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente;
  • Il cieco: quegli alzando gli occhi diceva “vedo la gente come degli alberi che camminano”.

Per il cieco la guarigione avviene in due tempi, Gesù gli impone le mani due volte e allora il vieco «ci vide chiaramente e vedeva distintamente anche da lontano».
A volte si sottolineano in questi due racconti elementi simbolici, tuttavia anzitutto credo importante osservare i dettagli del racconto: sembra di sentir parlare una persona che è stata testimone di questi due eventi e, quale testimone oculare, li rappresenta come dal vivo.
Gesù prende il cieco in disparte mette la sua saliva sugli occhi malati imponendogli le mani, gesto curativo e quasi sacerdotale (gli impose le mani). Il cieco (che non era un cieco-nato perché nelle immagini confuse che vede fa già riferimento ad alberi), dopo che Gesù gli impone le mani una seconda volta vede ora distintamente anche da lontano. Queste narrazioni popolari ci mostrano un Gesù incarnato nella situazione, attento alle necessità delle persone, che si prende cura di loro e li tocca con le sue mani e con la sua saliva, non ha paura di sporcarsi.
Volendo rilevare il significato simbolico di questi racconti, nella guarigione del sordomuto (7,31-37) annuncia la chiamata dei pagani alla salvezza, mentre quella del cieco di Betsaida anticipa l’illuminazione dei discepoli al seguito di Gesù, sulla strada di Gerusalemme.

Confessione di Pietro (Mc 8, 27-30)

27Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. 28Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. 29Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. 30E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.

Il racconto della confessione di Pietro a Cesarea di Filippo si può considerare il centro del Vangelo di Marco, la conclusione della prima parte di Mc con la scoperta dell’identità di quel Gesù che ha fatto porre spesso la domanda «chi è costui?» (1,27; 2,7), viene ora identificato come Messia: «Tu sei il Cristo». Ma subito dopo la «confessione» di Pietro, avviene la «sconfessione»: Pietro viene chiamato Satana, colui che vuole sviare Gesù dal suo cammino. Perché? Perché Pietro aveva un concezone mondana del Messia. Questo incidente apre alla rivelazione della vera identità del Messia, il Messia sofferente di cui parla il libro di Isaia (42, 1-9; 52,12-53,12).

La proclamazione di Gesù come Messia avviene nel teritorio più settentrionale della Palestina, a circa trenta km a Nord di Betsaida nei dintorni di Cesarea di Filippo (chiamata così per distinguerla da Cesarea Marittima ove risiedeva il governatore romano), vicino alle sorgenti del Giordano.  Gesù va in quella regione coi suoi discepoli e mentre cammina fa una specie di sondaggio di opinione, ponendo però due distinte domande: «Chi dice la gente che io sia?», e poi «ma voi chi dite che io sia?». Anche nell’opinione della gente Gesù è percepito come un profeta, un uomo di Dio, anzi, come Elia, il più grande dei profeti. Per i discepoli che da tempo condividono la vita con Gesù la domanda si fa più personale: »Ma voi chi dite che io sia?», e la risposta pronta di Pietro a nome di tutti è un’autentica professione di fede «tu sei il Cristo». Qui Pietro dà a Gesù il primo dei due titoli che Marco pone all’inizio del suo libro “Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (1,1).  Si tratta quindi di una tappa importante nella scoperta della persona e missione di Gesù, la sua messianicità.

Ma proprio nel momento in cui Pietro lo identifica come Messia, Gesù «ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno».
Perché questa proibizione? Perché il termine Messia (Cristo) era carico di attese politiche e mondane e si prestava a essere frainteso, come prova la reazione immediata di Pietro, appena Gesù comincia a precisare la sua missione.

Pietro sconfessato

31E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

«E cominciò ad insegnare loro»: si tratta proprio di un nuovo inizio che apre la seconda parte del Vangelo di Marco. Dopo che i discepoli, rappresentati da Pietro, hanno “scoperto” che Gesù è il Messia atteso, Gesù inizia a precisare, anzia a correggere le false attese messianiche insegnando qual è la vera identità del Messia. È l’inizio di un insegnamento nuovo che contrasta con le speranze dei discepoli. Comincia il dibattito centrale del libro.

La posta in gioco è «semplicemente» la corretta interpretazione della missione di Gesù, secondo il punto di vista di Dio (J. Delorme). È questo il primo annuncio della Passione, cui ne seguiranno altri due (9,31-32 e 10,32-34) sempre seguiti da incomprensione dei discepoli. L’itinerario preannunciato è una via di dolore (deve soffrire molto) e comprende il rigetto del Figlio dell’uomo (titolo usato solo da Gesù) da parte delle autorità religiose, la morte violenta e la risurrezione dopo tre giorni. Gesù dice questo apertamente e Pietro si sente frastornato e decide di prendere Gesù in disparte per esprimere la sua riprovazione (si mise a rimproverarlo). La reazione di Gesù è sferzante: di fronte ai discepoli rimprovera a sua volta Pietro chiamandolo Satana, colui che si oppone ai piani di Dio.
Questo incidente illustra quanto lenta e faticosa fu la comprensione dell’identità e della missione di Gesù da parte dei discepoli.

di Mario Barbero

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