Slow page dei Missionari della consolata

Marco 09. Quando la legge uccide l’amore

L'amore vince la legge. Il Vangelo guarisce.

La disputa su ciò che è puro e ciò che è impuro (Mc 7,1-23), ovvero: quando la legge uccide l’amore

Gesù non intende rifiutare le tradizioni religiose e culturali del suo popolo, ma si scontra con l’atteggiamento legalistico e formalistico di coloro che mettono al centro la tradizione e la norma a svantaggio delle persone, soprattutto dei più emarginati.
Il dibattito sul valore delle tradizioni è occasionato da un incidente: i discepoli di Gesù prendono cibo senza lavarsi prima le mani. Nel raccontare l’episodio, Marco, che scriveva per dei non Ebrei si premura di spiegare nei dettagli gli usi degli Ebrei nel tenersi puri (vv.3-4):

1 Si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate 3- i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi 4e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, 5quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”.

La risposta di Gesù si articola in due momenti:

  • riferimento alle Scritture che denunciano l’ipocrisia del culto senza giustizia e l’incoerenza dei credenti (vv.6-8).
  • riferimento alla vita quotidiana (vv 9-13) per smascherare la corruzione di coloro che interpretano la Scrittura a loro vantaggio.

6Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:
Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
7Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

La predicazione contro il formalismo e l’ipocrisia nella vita di coloro che si dichiarano credenti e maestri della Legge è uno dei temi più frequenti della predicazione dei profeti. Ma al tempo di Gesù questo formalismo si era condensato in tradizioni palesemente contrarie alla Parola di Dio, negazione del comandamento di Dio per rispettare tradizioni umane.

8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”. 9E diceva loro: “Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. 10Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e: Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte. 11Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, 12non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. 13Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte”.

L’esempio portato da Gesù (dichiarare korbàn quanto sarebbe dovuto ai genitori, v.11) raggiunge il massimo della perversione, con la negazione pratica del comandamento di onorare i genitori.

Infine Gesù, chiamata di nuovo la folla, aggiunge un insegnamento speciale su ciò che è puro o impuro e dichiara che tutto è puro, perché Dio ha creato tutto buono e puro. È il cuore dell’uomo che può albergare ogni sorta d’impurità. Con molta concretezza e sapienza Gesù espone la lista delle impurità che possono abitare nel cuore umano (vv.21-22).

14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. [ 16]
17Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18E disse loro: “Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?”. Così rendeva puri tutti gli alimenti. 20E diceva: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.

Le parole di Gesù come al solito sono chiare e concrete: non c’è nulla fuori dell’uomo che possa renderlo impuro, è solo l’interno dell’uomo che può renderlo impuro, come poi Gesù esplicita chiaramente nella lista delle impurità che escono dal cuore umano (v.15). E allora si sente un tono di libertà in questa espressione “così rendeva puri tutti gli alimenti” (v.19): basta con le paure e le classificazioni dei cibi che sono impuri: questo sì, questo no.

Quasi a significare che anche i luoghi dei pagani non sono impuri, Gesù va nella regione di Tiro e nella Decapoli, regioni fuori della Palestina e qui avvengono due incontri significativi: con una donna pagana e con un sordo muto.

Viaggio fuori della Galilea: il Vangelo raggiunge i pagani

24Partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. 26Questa donna eradi lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. 27Ed egli le rispondeva: “Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. 28Ma lei gli replicò: “Signore, anche icagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”. 29Allora le disse: “Per questa tuaparola, va’: il demonio è uscito da tua figlia”. 30Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

“Partito di là”: Marco usa questa espressione (cf. 1,35; 10,1) nel momento in cui Gesù intraprende un’ attività nuova: qui Gesù lascia la Galilea per entrare in territorio pagano. Anche nella regione di Tiro, che è fuori della Palestina, è arrivata la fama taumaturgica di Gesù ed egli non può tenersi nascosto, non può andarvi in incognito. I malanni non hanno limiti geografici, anche in questa regione ci sono “spiriti impuri” che tormentano la gente. Una mamma disperata per la sofferenza della figlia ha sentito parlare della bontà di Gesù e lo avvicina gettandosi ai suoi piedi e implorandolo per sua figlia (v.26). È una donna pagana che parla greco. Per tutta risposta Gesù quasi la offende affibbiandole il termine che gli Ebrei usavano verso i pagani (“cani”), solo mitigato un po’ col diminutivo di “cagnolini” (v.27). Lontana dal sentirsi offesa o dallo scoraggiarsi questa mamma insiste, accontentandosi delle briciole come i cagnolini sotto la tavola dei commensali. È notevole che questa donna pagana chiami Gesù “Signore”, unica volta che questo titolo ricorre in Marco. Gesù resta commosso da questa fede (in Mt 15,28 dice “o donna, grande è la tua fede”) e, sebbene a distanza, guarisce la bambina. La fede semplice di questa donna cambia i piani di Gesù e fa sì che la forza del vangelo raggiunga la casa dei pagani.

31Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. 35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.

La novità del vangelo continua a manifestarsi in territorio pagano, adesso nella Decapoli. Questo sordomuto rappresenta la chiusura del mondo pagano ad accogliere il piano di Dio: chiuso per ascoltare e muto per proclamarlo. La guarigione di questo sordomuto apre le orecchie e la bocca del mondo pagano ad accogliere la Parola di Dio.

Molto pittorica la narrazione dell’evento: Gesù lo prende in disparte, gli mette le dita negli orecchi, gli bagna la lingua con la sua saliva (si può immaginare che Gesù si sputa su una mano e ‘unge’ con la sua saliva la lingua del muto) ed esce in questa espressione (una delle rare parole di Gesù tramandateci in aramaico “effatà”, “apriti”). Il nodo della lingua si scioglie e il muto parla correttamente. Comprensibile il commento entusiasta della folla “piena di stupore”. Letteralmente: furono pieni di stupore da impazzire. “Ha fatto bene ogni cosa” (v.37): espressione che richiama Gen 1,31: “Dio vide quanto aveva fatto ed ecco era cosa molto buona”. Fa udire i sordi e fa parlare i muti: si adempie la profezia di Is 35,5-6. Anche i pagani ascoltano la parola e la proclamano. Il lieto annunzio proclamato da Gesù all’inizio (1,14-15) si diffonde oltre i confini del territorio giudaico.

di Mario Barbero

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