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Matteo 10. Il discorso alla Chiesa

Quali sono le caratteristiche della comunità cristiana?

Tanzania.

Dopo il discorso delle parabole (Mt 13), il quarto grande discorso nel vangelo di Matteo è il discorso alla Chiesa, nel capitolo 18, inserito nel viaggio di Gesù a Gerusalemme.
Come al solito, Matteo raccoglie insegnamenti diversi di Gesù e li dispone in un quadro in cui descrive progressivamente quelle che dovrebbero essere le caratteristiche della “comunità ideale”: attenzione ai piccoli, cura dei perduti, la correzione fraterna, la presenza di Gesù nella comunità e infine, al vertice, la regola per eccellenza: il perdono senza il quale la comunità si dissolve.

La struttura

Nei vv 1-14 del capitolo 18, il discorso è centrato sul vocabolo “bambino/piccolo”, mentre nella seconda parte, vv. 15-35, la parola chiave è “fratello”.
Si può dire che i due vocaboli riassumono lo stile della comunità cristiana. Ognuna delle due parti termina con una parabola, la pecora smarrita (12-14) e il servo spietato (23-25), e si conclude con un riferimento alla volontà del Padre: «Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (v.14); «E così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello» (v.35).

Ecco il contenuto più dettagliato del discorso:

  • Come bambini (chi è il più grande?)  18,1-4
  • L’amore per i piccoli (guai agli scandali) 18,5-11
  • La pecora smarrita (il pastore sollecito) 18,12-14
  • Correzione fraterna 18,15-18
  • Preghiera in comune 18,19-20
  • Perdono illimitato delle offese 18,21-22
  • Parabola del servo spietato 18, 23-35
Come bambini (Mt 18,1-4)

1In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: “Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?”. 2Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro 3e disse: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 4Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli.

«I discepoli si avvicinarono a Gesù»: questo discorso si dirige principalmente ai discepoli, è rivolto alla comunità cristiana che, come già capitava al gruppo dei dodici, talora litigava su chi era il più grande, il più importante nel gruppo. Gesù risponde mettendo un bambino in mezzo a loro, compiendo un gesto profetico e rovesciando le attese di grandezza dei discepoli. Nel mondo antico il bambino non aveva diritti legali, era il simbolo della debolezza, e Gesù invita a farsi bambini. Il termine “piccolo” non significava solo «bambino», ma anche l’ultimo, la persona più insignificante. La comunità è richiamata ad aver cura proprio degli ultimi, dei più umili e meno importanti. Coloro che hanno dei compiti nella comunità devono farsi servi di tutti e specialmente degli ultimi. «I piccoli incarnano i valori fondamentali del Vangelo e rendono visibile la presenza di Gesù tra i più poveri e semplici» (Bibbia latinoamericana).

L’amore per i piccoli (Mt 18,5-11)

5E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
6Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. 7Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!
8Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno. 9E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco.
10Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.

Questo brano continua a svolgere il tema dei piccoli/bambini (vv.5.6-9.10) che vanno accolti e curati con attenzione, soprattutto evitando di scandalizzarli.  Accogliere i bambini (piccoli) all’interno della comunità è accogliere Gesù stesso (v.5), guai quindi disprezzarli (v.10). All’interno di queste affermazioni si sviluppa con ampiezza il tema dello scandalo (vv. 6-9). Nel suo significato originale scandalo significa ostacolo, pietra contro la quale si va a sbattere e che fa cadere. Porre questo ostacolo alla fede dei piccoli è cosa gravissima e ciò spiega l’uso di un linguaggio molto forte di condanna per coloro che mettono tali ostacoli: meglio affogarsi in mare. Esplicitando ulteriormente questo monito severo, Matteo qui riprende le espressioni forti già usate nel discorso della montagna (Mt 5,29-30): meglio perdere una mano, un piede, un occhio che essere motivo di scandalo.
Infine l’esortazione accorata a non disprezzare i piccoli (v.10), evitando comportamenti di superiorità e di emarginazione e aggiungendo una motivazione: i loro angeli vedono la faccia del Padre. Nella tradizione giudaica (vedi il libro di Tobia) gli angeli sono incaricati della custodia e protezione degli uomini.

La pecora smarrita

12Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? 13In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 14Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.

Questa parabola, che si trova anche in Lc 15 tra le parabole della misericordia (pecora smarrita, moneta smarrita e figlio smarrito), potrebbe forse meglio essere chiamata del pastore premuroso. Il Padre si prende cura di ciascuno e non vuole che nessuno di questi piccoli si perda (v. 14) perciò il pastore si dedica a ricercare la pecora smarrita perché non si perda definitivamente.
In Lc 15 la parabola era diretta agli scribi e farisei che criticavano Gesù perché mangiava coi peccatori. In Matteo la parabola è diretta alla comunità cristiana richiamandola alla responsabilità verso i fratelli deboli che vanno fuori strada e che devono essere ricercati e accompagnati a casa.

Correzione fraterna

15Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

Gesù ha parlato spesso del perdono “se tuo fratello pecca, riprendilo, e se si pente perdonalo” (Lc 17,3). Il perdono senza limiti è una caratteristica del suo insegnamento. Matteo, che svolgerà più a lungo il tema del perdono in 18,21-35, sviluppa qui l’importanza della correzione fraterna e vi applica i tre momenti come, pare, si praticava nella comunità di Qumran. Non bisogna lasciar nulla di intentato per ricuperare il fratello alla comunità e allora i tre momenti della correzione: prima in privato (perché non sia umiliato), poi con alcuni membri della comunità (uno o due testimoni) e infine davanti a tutta la comunità riunita in assemblea. La comunità ha il potere di dichiarare la scomunica e la riammissione di un membro e la sua decisione è confermata in cielo (v.18).

Preghiera in comune

19In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

Affermazione solenne di Gesù che assicura la sua presenza nella comunità riunita in preghiera, comunità anche solo di due persone, che però sono riunite nel suo nome e sono concordi nel pregare.

Perdono delle offese

21Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. 22E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”.

Il vertice delle istruzioni di Gesù alla Chiesa è l’insegnamento sul perdono centrato sulla parola di Gesù “non fino a sette ma fino a settanta volte sette”, affermazione paradossale, propria dello stile di Gesù. Il perdono al fratello va concesso sempre e di cuore. La parabola che segue, del servo spietato, illustra questo tema mettendo in risalto la grandezza della misericordia di Dio e la grettezza del cuore umano.

Parabola del servo spietato

23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.

Attraverso questa parabola che caratterizza due comportamenti, quello del padrone che si commuove e rimette il debito e quello del servo perdonato che strangola il suo debitore, viene fotografato, con espressioni indimenticabili, il comportamento umano di un cuore meschino.
La parabola infatti descrive la relazione degli esseri umani con Dio e con il prossimo. Il debito di dieci mila talenti, somma che non si può pagare, illustra la situazione degli esseri umani cui Dio perdona tutto, per grazia; mentre i cento denari che il servo graziato non perdona al suo collega illustra la meschinità dell’uomo che non è capace di perdonare al suo simile. Dio perdona in modo impensabile, al di là di ogni immaginazione, ma ritira il suo perdono a coloro che non perdonano al prossimo. Dio è misericordioso ma anche giudice esigente per chi, pur essendo stato perdonato, rifiuta il perdono al suo prossimo.

Conclusione

Il discorso alla Chiesa attualizza per la comunità cristiana del tempo di Matteo, e per tutti i tempi, gli aspetti che configurano l’identità, quasi il DNA, della comunità cristiana: la prima parte (1-14) riguarda l’umiltà e la sollecitudine per i piccoli e i deboli; la seconda (15-35) riguarda la fraternità ecclesiale evidenziando la correzione fraterna, la preghiera in comune e il perdono illimitato delle offese.

di Mario Barbero

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