Slow page dei Missionari della consolata

Prima di tutto cristiano

Un missionario Turkana, vissuto tra i Samburu del Kenya. Oggi in Italia per i giovani e i migranti.

Padre Daniel Lorunguya durante l'intervista.

Padre Daniel Lorunguya, Turkana, è nato e ha vissuto l’infanzia tra i Samburu del Kenya facendo il piccolo pastore. Entrato tra i missionari della Consolata, è stato a Nairobi, in Italia, in Congo RD, di nuovo in Kenya, e infine in Italia. Oggi lavora a Torino nell’animazione missionaria e nella pastorale dei migranti.

«Vengo dal Kenya del Nord. Dalla parrocchia di Baragoi, nella diocesi di Maralal, a 90 km dal lago Turkana. I Missionari della Consolata sono a Baragoi dal 1952. Io sono nato nel 1973 da genitori Turkana che abitavano tra i Samburu. Ho scoperto di non essere Samburu quando sono entrato nella scuola primaria, così ho imparato anche la lingua Turkana. Sono il sesto di otto figli: quattro maschi e quattro femmine. Mia mamma ha anche adottato altri due figli, ma ora siamo sette, perché tre sono morti.
La mia è una famiglia di pastori nomadi: la nostra ricchezza sono gli animali. Mucche, capre, cammelli, asini. E ci spostiamo insieme a loro per cercare pascoli e acqua.

Padre Daniel con la sua moto in Congo RD.

Mia mamma ha conosciuto le suore della Consolata quando l’hanno assunta per fare le pulizie. Quando hanno scoperto che non era cristiana, le hanno insegnato a pregare. Poi la sera, a sua volta, lei ci insegnava il rosario.
Io sono stato battezzato a 14 anni. La prima volta sono stato bocciato: la catechista mi aveva domandato se Gesù esisteva prima della creazione, e io ho risposto di no, dicendole pure la data di nascita: la notte del 24 dicembre.
Mentre i miei fratelli più grandi andavano a scuola, io, a sei anni, facevo il pastore. Avevo circa 600 capre. A un certo punto, però, le suore mi hanno fatto iniziare la scuola. È stata dura per me rinunciare a fare il pastore. Ma pazienza.
Ho iniziato a sentire la vocazione per la missione durante la scuola secondaria. Ne ho parlato con mio papà, ma lui mi ha detto di continuare a studiare. Così sono andato a Nairobi per diventare insegnante e sono tornato dopo due anni per lavorare nella scuola.
Quando ero al collegio avevo dialoghi spirituali con padre Attilio Lerda e leggevo Missioni Consolata e The Seed. Nel 1998 padre Attilio, dopo tre anni di lavoro, mi ha detto che dovevo decidere cosa fare. Un giorno, mentre ero al cimitero e pregavo davanti alla croce in ricordo di padre Michele Stallone, missionario della Consolata di Bari ucciso al lago Turkana nel 1965, la croce si è messa a parlarmi: “Daniel, io ho amato la tua gente. Chi continuerà il mio lavoro?”.
Lui costruiva scuole. E mi ha detto: “Se vuoi evangelizzare i nomadi – come me -, devi educarli”. Sono andato da mio papà e lui mi ha detto: “Tu conosci la nostra cultura: un uomo deve sposarsi, avere una moglie e dei bambini”. Non accettava che io diventassi sacerdote. Mi ha addirittura mostrato una ragazza e mi ha detto: “Se insisti ad andare, metti almeno questa ragazza incinta, così il piccolo che nascerà non farà morire il tuo nome in famiglia”. Questa è stata la prima difficoltà che ho avuto. La seconda sono stati gli amici che mi hanno detto: “Sei pazzo, lasci un lavoro ben pagato e vai dove non ti pagano mai, e se poi non c’è la vocazione ti mandano via”. Il terzo ostacolo: dovevo licenziarmi dal lavoro, cosa che non è facile trovare in Kenya. Alla fine nel 1998 ho fatto la valigia e sono entrato nell’Istituto».

Perché nell’Istituto Missioni Consolata?

«Perché amo tanto il lavoro che fanno da noi.
Dal 1998 al 2001 ho fatto filosofia a Nairobi, poi il noviziato a Sagana. Eravamo 14: nove dal Kenya, uno dall’Uganda e quattro dall’Etiopia. Dopo il noviziato tre di noi sono stati mandati in Brasile, due in Congo, cinque all’Allamano house, tre in Colombia. Io, unico, in Italia.
In seminario c’era Daniele Giolitti che avevo conosciuto qualche anno prima a Mukululu, quando lui era ancora laico. Daniele mi ha aiutato molto. Ho studiato all’Urbaniana per tre anni, poi ho preso la licenza in missiologia alla Gregoriana dove ero l’unico africano. Finita la licenza sono stato destinato al Congo.
Nel 2006 è morta la mamma, io ero diacono e sono andato a casa per il funerale. Sono diventato prete il 15 settembre 2007 nella mia parrocchia di origine. Una celebrazione in cui c’erano Samburu e Turkana. È stato molto bello. Quando mio papà mi ha accompagnato all’altare mi ha detto: “Senti, io sono orgoglioso di te”. Mi ha detto che era orgoglioso di me, e ora mi consegnava alla Chiesa.
Dopo l’ordinazione sono partito per il Congo: ho imparato il francese a Kinshasa, poi mi hanno destinato a Isiro nel 2008, prima incaricato delle vocazioni, poi parroco a 37 km da Isiro. Lì piove sempre e andare in moto era dura. Nel 2012 sono tornato in Kenya, dove mi hanno di nuovo incaricato delle vocazioni. In quel periodo è morto mio papà.
Nel 2015 sono arrivato in italia e mi hanno messo nell’ufficio dell’animazione missionaria. Qui faccio accoglienza di giovani nel centro di Animazione di Torino, faccio pastorale universitaria e lavoro con i migranti, in particolare con i nigeriani della comunità ecumenica».

Dicci due parole sull’Italia. Quali sono le sfide missionarie principali di questo paese?

«Nella mente della gente e dei missionari c’è ancora l’idea che la missione sia andare all’estero. Anche tra i nostri missionari, la maggioranza mi chiede cosa sto facendo qui, se sto studiando.
Penso che in Italia e in Europa ci sia bisogno di nutrire la missionarietà. Giovanni Paolo II diceva che le barche che andavano a evangelizzare in America Latina, in Africa, ora stanno tornando indietro. Non c’è più bisogno di dire che devo adare all’estero per lavorare, c’è anche qui lavoro da fare. L’importante è aprire gli occhi».

Quali difficoltà incontri in Italia?

«La difficoltà più grande è la resistenza della gente nei confronti della chiesa. Molti parlano contro la chiesa, ma non sanno che anche loro ne fanno parte.
Un’altra difficoltà è il modo in cui le persone trattano i migranti. Anche un prete, se non porta il colletto, viene trattato male. Un giorno ero su un tram, si è alzata una signora e mi ha detto: “Senti, ma tu rubavi in Africa e continui a rubare anche qui?”.
Se per strada chiedo un’indicazione per una via, la gente pensa che chiedo l’elemosina. Mi è capitato anche a Verona: ero a una fermata del bus ma non capivo in che direzione andasse. Ho chiesto a una signora che pregava il rosario passando di là. Alla mia richiesta lei ha fatto un gesto con la mano come per dire “non rompere”».

Qual è la soddisfazione più grande?

«È sentire che la gente ha bisogno di te, della tua presenza, e vuole imparare qualcosa da te».

Raccontaci un episodio della tua vita.
Una famiglia congolese. Foto di Daniel Lorunguya.

«Ero in Congo. Un giorno è venuto a trovarmi un confratello che stava a quasi 200 km da dove ero io. E io dovevo andare a trovare un ragazzo nella sua parrocchia. Allora siamo partiti con due moto, ciascuno con un autista in modo da scambiarci per strada alla guida. A un certo punto si è rotta la sua moto. Mentre aspettavamo che la riparassero, dato che eravamo molto affamati, ci siamo messi a mangiare pane e sardine, e il mio confratello ha dato tutto ai bambini. Io gli ho detto: “Senti, tu non devi dare tutto, perché non sappiamo dove andremo”. Lui mi ha detto che non ero generoso e ha dato tutto via. Alle 11 siamo ripartiti. Alle 17 ha iniziato a piovere. Sulla strada c’erano i ribelli dell’Lra. Quando ci fermavano lui dava le sigarette per lasciarci passare. A un certo punto non si vedeva più la strada: erano le 21 ed eravamo ancora a 52 km di distanza. Dovevamo fermarci a dormire da qualche parte. Siamo entrati in un villaggio e una signora ci ha preparato il letto. Abbiamo usato la zanzariera come lenzuola. Eravamo tutti bagnati. Il mio confratello mi ha detto: “Compriamo una gallina così la uccidiamo e la mangiamo”. Ma in Congo le galline vanno a dormire sugli alberi. La sera vanno su, e al mattino scendono. Allora niente gallina. Abbiamo mangiato solo un po’ di riso bianco. Lì ho scoperto cosa sia essere missionario: la semplicità della vita. Al mattino siamo ripartiti e siamo arrivati al suo villaggio».

Quali sono seconto te le grandi sfide della missione del futuro?

«Molti sono preoccupati della vocazioni: avere preti o non avere preti. Io non credo che la chiesa verrà chiusa. Ci sarà sempre un modo o un altro di continuare con il Vangelo. La sfida è che la maggioranza dei cristiani adesso dimentica la sua identità: che dobbiamo semplicemente annunciare Gesù. Ci sono alcuni che dicono: preghiamo con quelli che hanno un dio pure loro. Invece senza Gesù la nostra vita non ha significato. Io non posso rinunciare al mio Gesù per accettare l’altro. Se invece c’è questo amore reciproco che non ti fa dire “la mia religione è la più bella”, allora il mondo sarà un posto più bello da vivere.
La seconda preoccupazione è la mancanza di preti. Tante chiese pensano che i missionari debbano essere solo preti e suore, invece anche i laici devono prendersi i loro impegni. Il Signore non lascerà mai la sua chiesa. Io penso che troveremo qualche modo per continuare. Penso che, se ci comportiamo bene, le vocazioni ci saranno. In questo momento ci sono congregazioni senza ragazzi, ma altre ne hanno tanti. Perché? Il punto è essere veri cristiani. Dare testimonianza».

Cosa possiamo offrire al mondo come missionari della consolata?

«Lo spirito della consolazione, il fatto di andare dove gli altri non vanno. Ma ci viene chiesto di cambiare, perché non è più solo un dare, ma anche un ricevere. L’Allamano diceva di lavorare con la gente, essere con la gente: diceva che chi non si sporca le mani non è un vero missionario».

Cosa dovremmo fare secondo te per avere un impatto più forte nel mondo giovanile?
Padre Daniel celebra l’eucaristia nella parrocchia Regina delle Missioni a Torino.

«Prima di tutto incontrarli e ascoltare i loro bisogni. A volte noi partiamo con noi stessi. Diamo loro tanto materiale che non sappiamo se serve loro o no. Ad esempio io vedo che tanti giovani qui in Italia hanno bisogno di una vita contemplativa, di silenzio. Io penso che molti siano stanchi di questa vita di consumismo. Allora noi dobbiamo dare quella possibilità. Come fa la Certosa: momenti di riflessione, di lectio divinae».

Ci offri uno slogan da proporre ai giovani che si avvicinano ai nostri centri?

«Essere missionario vuol dire prima di tutto essere cristiano. Questo serve a tutti e, se serve a tutti, dobbiamo prima di tutto essere ascoltatori ed essere testimoni prima di annunciare».

Luca Lorusso

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