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La libertà di accedere a Dio

La seconda di tre puntate sul sacerdozio comune

I testi del Nuovo Testamento si distaccano nettamente da quelli dell’Antico per quanto riguarda il sacerdozio. I Vangeli non usano mai il termine «sacerdote» per Gesù. Infatti, Gesù non apparteneva alla tribù di Levi che deteneva il privilegio del sacerdozio, egli era della tribù di Giuda (Eb 7,14).
Nel suo ministero pubblico, Gesù ha dimostrato con le sue parole e azioni di avere una certa dignità regale e in diverse occasioni ha mostrato il suo ruolo profetico (cf. Mt 12,41; Mc 6,4; Mc 13,33-34). Egli si riallaccia al profeta Giona (cf. Lc 11,29-30), e alcuni dei suoi contemporanei lo riconoscono come profeta (cf. Mc 8,28; Lc 24,19; Gv 4,19).

Sacerdoti nel Nuovo Testamento

Va senza dubbio sottolineato che nel Nuovo Testamento il titolo di «sacerdote» non viene dato ai ministri della Chiesa. Si parla solo del sacerdozio comune, e solo in pochi testi (cf. 1Pt 2,5.9; Ap 1,6; 5,10; 20,6). A questo proposito, l’apostolo Pietro dice: «Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. […] voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1Pt 2,5.9).

Abolire le separazioni

Costituisce un’eccezione la Lettera agli Ebrei che definisce Gesù come «sacerdote» e «sommo sacerdote» (cf. Eb 2,17; 4,14.15; 5,5.10) presentandolo però come l’innovatore del culto dell’Antico Testamento. Mentre l’antico culto, infatti, era rituale, esterno e convenzionale, quello inaugurato da Gesù è un culto reale, personale ed esistenziale.
L’antico rito offriva una santificazione «negativa» realizzata attraverso separazioni rituali. Il Cristo, al contrario, ci presenta una santificazione «positiva» che si ottiene attraverso un’esistenza concreta. L’antico culto, secondo la Lettera agli Ebrei, richiedeva una netta separazione: tra il sacerdote e il popolo (il popolo non poteva entrare nel santuario, era permesso solo al sommo sacerdote); tra il sacerdote e la vittima (il sacerdote, non potendo offrire se stesso, offriva una vittima); tra la vittima e Dio (l’animale non poteva offrire se stesso). Era impossibile una reale comunione tra la vittima e Dio.
Nel nuovo sistema di culto inaugurato dalla Lettera agli Ebrei, tutte queste separazioni sono abolite. Cristo non ha bisogno di immolare una vittima, perché lui stesso è la vittima sacrificale (cf. Eb 7,27; 9,14.25). In Cristo anche la separazione tra vittima e sacerdote è eliminata perché Cristo offre non un animale, ma se stesso (cf. Eb 10,5-10). Infine scompare anche la separazione tra la vittima e il popolo perché il sacrificio di Cristo è un atto di solidarietà con l’umanità, che si realizza nel prendere su di sé la morte dei peccatori.
L’eliminazione di tutte queste separazioni cambia totalmente la situazione dell’umanità e costituisce il fondamento del sacerdozio comune. Una volta che le separazioni sono abolite, tutti i credenti, in forza di battesimo e confermazione, sono elevati alla dignità sacerdotale.
Il Nuovo Testamento ci mostra chiaramente che, in forza del sacrificio di Cristo, le barriere che ostacolavano il rapporto tra Dio e il popolo, sono state infrante. Tutti i credenti d’ora in poi si possono avvicinare a Dio senza timore, contrariamente a quanto avveniva nell’Antico Testamento nel quale solo il sommo sacerdote, una volta all’anno, poteva entrare nel Santo dei Santi.

In pace con Dio

I cristiani non hanno più alcuna restrizione. «Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio» (Rm 5,1-2).
Anche la Lettera agli Ebrei è in questa linea: «Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi […] accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede […]» (10,19-22).
La stessa libertà di accedere presso Dio è anche affermata nella Lettera agli Efesini: «Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito» (2,18). In un altro passaggio, la stessa lettera parla di Gesù «nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui» (3,12).
I cristiani, dunque, possono avere una intima relazione con Dio. In Eb 1,25 essi sono chiamati «coloro che, per mezzo di lui [Cristo], si avvicinano a Dio». Tutti possono gioire di questa stupenda possibilità.
A suo tempo, il profeta Geremia, aveva predetto che nella nuova alleanza tutti avrebbero avuto un’intima relazione personale con Dio (cf. 31,34). L’accesso presso Dio non è, dunque, privilegio di pochi o dei soli mistici. La porta che immette alla sua presenza è stata aperta una volta per tutte per chiunque voglia entrarvi.

La liturgia gradita a dio: la quotidianità
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Il sacrificio di Isacco, 1603.

Ora se noi consideriamo un altro aspetto essenziale del sacerdozio, e cioè l’offerta dei sacrifici, è evidente che tutti i cristiani sono invitati a presentarne a Dio.
Ovviamente tali sacrifici sono di natura completamente diversa da quelli dell’Antico Testamento e devono ricalcare l’immagine del sacrificio di Cristo. Dunque i cristiani sono chiamati a donare non più offerte rituali, ma la loro propria vita.
Nella Lettera ai Romani Paolo ci offre un suggerimento importante: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (12,1).
Nel pensiero di Paolo è evidente che i sacrifici che Dio vuole non sono l’immolazione di animali, ma il quotidiano impegno di una vita vissuta in mezzo a mille contingenze. I cristiani devono, dunque, offrire se stessi come persone che si relazionano a Dio, agli altri e al mondo. È nella vita mondana e di ogni giorno che i cristiani diventano vittime e sacerdoti allo stesso tempo. La loro quotidianità diventa una liturgia gradita a Dio. Non si tratta di offrire qualcosa di nostra proprietà, bensì noi stessi, e non di uccidere un animale, ma di essere vivi per Dio e non solo come disposizione interiore, ma anche in atto di obbedienza concreta e quindi fisica. In questo modo il nostro sacrificio diventa l’immagine del sacrificio di Cristo, perché il suo sacrificio non consistette in riti esteriori, ma in un’offerta esistenziale come atto totale di obbedienza al Padre.
Il culto cristiano non sta dunque in riti materiali, ma in sacrifici che sono spirituali e reali, e cioè in sacrifici che partono dal fondo del cuore e che si estendono a tutta l’esistenza. Si tratta di assumere tutti gli impegni concreti nella sfera personale, familiare, sociale, nazionale ed internazionale e offrirli a Dio.

Continua…
Antonio Magnante

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