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La Missione secondo papa Francesco

Si è cristiani nella misura in cui si è missionari.

Papa Francesco durante la sua visita a Milano il 25 marzo 2017. cc Leonora Giovanazzi_flickr.com

Evangelizzare è il compito che si assume con gioia e senso di responsabilità ogni cristiano, ogni battezzato.

È in questi termini che si svela la sollecitazione amichevole e appassionata di papa Francesco nella sua Esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, Evangelii gaudium, pubblicata ed estesa a tutti nel 2013.

In questo documento, il mandato missionario, indicato da Gesù nel Vangelo con l’esplicita raccomandazione: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura» (Marco, 16,15), è considerato il fondamento essenziale e imprescindibile dell’identità di ciascun cristiano.

Si è cristiani nella misura in cui si è missionari.

La Missione, dunque, secondo papa Francesco, è il progetto di vita, lo stile di vita che deve ispirare e su cui deve conformarsi chiunque voglia seguire Gesù, testimoniando nel proprio quotidiano le verità del Vangelo.

Una Chiesa in uscita

Nell’idea di Missione che papa Francesco propone, sono posti in luce alcuni aspetti-cardine al fine di recuperare e rigenerare quella genuinità evangelica incarnata da Gesù e dai suoi primi discepoli, che si è invece andata ultimamente smarrendo, secondo il pontefice, anche all’interno della Chiesa stessa. Papa Francesco, infatti, sottolinea l’importanza di una «Chiesa in uscita», che privilegi i poveri, che raggiunga tutte le periferie del mondo, che sappia discernere e si lasci guidare sempre dallo Spirito Santo, in cui palpitino costantemente gioia e speranza, pure in mezzo alle fragilità, le contraddizioni, le difficoltà, le ferite profonde e drammatiche del genere umano.

È partendo da questa prospettiva, così articolata, che papa Francesco concepisce la Chiesa missionaria. In modo che essa non sia più autocentrata, autoreferenziale e autoconservativa, ma si definisca soprattutto, non tanto come istituzione o clero, ma piuttosto come popolo di Dio «che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale», e che condivide e accoglie ogni urgenza e bisogno da parte di tutti, soprattutto gli ultimi e gli emarginati, i più poveri e gli esclusi, senza più giudicare o condannare, controllare e soppesare. Papa Francesco preferisce una Chiesa «accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze». Inoltre, la vuole missionaria per «attrazione», e non per proselitismo.

Non una decisione etica o una grande idea, ma un icontro

Per essere cristiani, e dunque missionari, occorre comprendere quanto già papa Benedetto XVI aveva esposto nella sua enciclica Deus caritas est, pubblicata nel Natale del 2005: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». Questo «nuovo orizzonte» e questa «direzione decisiva» dati alla vita del cristiano si identificano con l’annuncio del Regno, ossia con il mandato missionario. E tale incarico deve compiersi, su suggerimento di papa Francesco, nella gioia.
Non devono gli evangelizzatori essere «tristi e scoraggiati», «impazienti e ansiosi», andare in giro «con una faccia da funerale». No! La Buona Novella si comunica e testimonia con fervore e con «la gioia di Cristo».
La consegna di papa Francesco di testimoniare la Buna Novella con gioia e fervore riprende testualmente quanto già auspicava Paolo VI nella sua Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi data alle stampe l’8 dicembre del 1975.

L’iniziativa è di Dio

Papa Francesco ci tiene a sottolineare un altro aspetto, non secondario, della Missione. Egli infatti ricorda a tutti i cristiani che «il primo e il più grande evangelizzatore» è Gesù (lo afferma in modo identico anche Paolo VI nella Evangelii nuntiandi). Ciò che i cristiani testimoniano con la loro vita non proviene da loro stessi, da un loro sforzo personale, ma sempre da Dio: «il primato è sempre di Dio», «l’iniziativa è di Dio», qualunque sia la forma di evangelizzazione posta in atto.

Ciò che papa Francesco ribadisce è che è sempre lo Spirito Santo che agisce misteriosamente nell’impegno missionario; il cristiano è chiamato a collaborare con Dio che opera, orienta, accompagna e ispira «in mille modi» la Missione.

I destinatari dell’evangelizzazione

Un’altra caratteristica della Missione, conforme alla visione proposta da papa Francesco, è che i destinatari dell’evangelizzazione si configurano in tre ambiti specifici, gli stessi che sono stati menzionati alla XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi tenutasi presso la Città del Vaticano nell’ottobre del 2012, e svoltasi sul tema: “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”.

Il primo ambito è quello di coloro che sono già credenti, inclusi quelli che non frequentano più assiduamente le funzioni religiose. Il secondo è quello di coloro che non vivono più il battesimo ricevuto e non provano più simpatia per la Chiesa. Il terzo è quello di coloro che non conoscono ancora il Vangelo o lo hanno sempre rifiutato.

Tali destinatari, così classificati, devono essere evangelizzati, secondo papa Francesco, dalla volontà gioiosa e spontanea dei cristiani che li avvicinano di condividere la loro profonda passione per Gesù.

Di conseguenza, per papa Francesco, il fatto di annunziare e testimoniare la Buona Novella a coloro che stanno lontani da Cristo rappresenta «il compito primo della Chiesa». L’attività missionaria, dunque, costituisce per la Chiesa ancora oggi «la massima sfida».

Missione, paradigma di ogni opera della Chiesa

Queste espressioni, che indicano la priorità della Missione, si richiamano all’enciclica Redemptoris missio, redatta da Giovanni Paolo II nel 1990. L’azione missionaria è il «paradigma di ogni opera della Chiesa». In virtù dell’esperienza pastorale maturata dai vescovi latino-americani e ricapitolata in occasione della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latino-americano e dei Caraibi nel Documento di Aparecida (31 maggio 2007), papa Francesco fa sue le loro considerazioni d’allora: «È necessario passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria».
In base a queste ultime riflessioni e a quanto è riportato nella Lumen gentium (una delle quattro Costituzioni dogmatiche del Concilio Vaticano II), ecco che papa Francesco sull’argomento “Missione” delinea alcuni punti fondamentali a lui molto cari:

  • la Chiesa in uscita;
  • la Chiesa come popolo di Dio;
  • l’opzione per i poveri;
  • l’impegno missionario assunto da ogni cristiano come sua spontanea testimonianza offerta nel quotidiano della sua esistenza e in ogni situazione,
  • senza escludere nessuno e senza mai condannare o giudicare.

L’espressione adoperata, «uscita missionaria», sta a indicare che, come avvenne per Abramo, Mosè e Geremia, per esempio, il cristiano riceve una precisa chiamata, un preciso invito: «Uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo».

La Chiesa in uscita è una Chiesa «itinerante», e quindi missionaria. In tutti i luoghi, in tutte le occasioni, a tutti gli uomini (di ogni tribù, lingua, popolo e nazione: come è scritto in Apocalisse, 14,6), la Chiesa «fedele al modello del Maestro», come tale, «senza indugio, senza repulsioni e senza paura» corrisponde, per sua stessa natura, all’invito esplicito del Vangelo: «Non temete, ecco, vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo» (Luca, 2,10).

Discepoli che prendono l’iniziativa

Papa Francesco afferma che la Chiesa in uscita è «la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa», vanno «agli incroci delle strade», e fanno il primo passo nell’accompagnare, nel condividere, nell’accogliere i lontani e gli esclusi. La Chiesa come tale deve vivere uno «stato permanente di Missione».

Questa scelta o spinta missionaria della Chiesa voluta dall’attuale pontefice, l’aveva a cuore già Giovanni Paolo II quando raccomandò nel 2001 ai vescovi australiani che «ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la Missione come suo scopo per non cadere preda di una specie di introversione ecclesiale», o «auto-preservazione». Come spiega papa Francesco: la Chiesa non è «separata» dal popolo, e nemmeno è «un gruppo di eletti che guardano a se stessi»; non è espressione di un’elite autoritaria, narcisista e autoreferenziale.

La Chiesa è piuttosto «centro di costante invio missionario» che nutre «il sogno […] di arrivare a tutti», incluse le periferie. Il più urgente orizzonte missionario è quello di avvicinare coloro che sono rimasti indietro e sono stati trascurati, percorrendo anche nuove strade, insolite e audaci, ma «in un saggio e realistico discernimento pastorale», che superi una volta per tutte quello sterile criterio pastorale del «si è fatto sempre così».

Infine, la nozione di Chiesa in uscita raffigura una Chiesa «con le porte aperte», «senza frontiere e madre di tutti», che si comporti come il padre della parabola del figliol prodigo, in modo che si accolgano e si facciano entrare le «periferie umane» (i poveri, gli infermi, i disprezzati, i discriminati, i deboli, i dimenticati, gli emarginati, le vittime della precarietà, della sopraffazione e della violenza, coloro che sono resi o diventano schiavi, subiscono abusi e ingiustizie), «gli scarti e i rifiuti dell’umanità», «coloro che non hanno da ricambiarti» (Luca, 14,14). Ci si ponga in ascolto e ci si prenda cura di chi è rimasto al bordo della strada, gli si dedichi tempo, ci si lasci «coinvolgere».

Entusiasmo, senza fretta. Condivisione senza assistenzialismo

La Missione voluta da papa Francesco richiede la capacità di superare chiusure mentali e preconcette, richiede coraggio, entusiasmo, senza mai fare spazio all’ansia o alla fretta, senza ipocrisia, sospetto o pregiudizi, mai limitando la testimonianza evangelica a un assistenzialismo palliativo, ma consolidando il dialogo, l’ascolto, il confronto, il rispetto, l’accoglienza, l’attenzione, il rapporto umano, la condivisione, il calarsi nei panni dell’altro, adottando linguaggi e modalità relazionali adeguate alla singola persona e alla singola situazione, e tutto questo nel nome di Cristo.

A tale stile di vita è chiamato ogni cristiano, ogni battezzato, religioso o laico, purché agisca sempre con senso di responsabilità, con umiltà e mitezza, con determinazione e gioia nel cuore, sotto l’impulso e l’ispirazione dello Spirito Santo, cioè con discernimento, e mai in modo disordinato, sciatto, confuso e senza orientamento. È in questo modo e in questi termini che si fa esperienza di Missione.

Ciò che a papa Francesco preme far capire è che la condivisione della gioia cristiana, ossia la Missione nel suo manifestarsi e concretarsi, richiede che chi annuncia il Vangelo e lo testimonia non sia un cristiano isolato, sterile o ammalato di aridità e indifferenza o di narcisismo religioso fine a se stesso, ma sia invece uno capace di uscire «dal proprio recinto» per portare la parola anche nelle “periferie”.

Restituire la fede con un apostolato coraggioso

La missionarietà, per ogni battezzato, come già era indicato nei documenti del Concilio Vaticano II, rappresenta un aspetto essenziale della sua identità cristiana più genuina. La dimensione missionaria deve riguardare tutti gli aspetti della vita cristiana, come papa Francesco aveva indicato nel suo Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale nel 2013.

Inoltre, proprio in quel messaggio egli faceva presente l’urgenza di una «nuova evangelizzazione» nelle terre «già tradizionalmente cristiane», in cui è aumentato il numero di coloro che sono diventati estranei o indifferenti alla dimensione religiosa, o si sono rivolti ad altre credenze, respingendo la fede cristiana originaria. Perciò l’impegno missionario si è fatto improrogabile e necessita di nuovi percorsi formativi che aiutino non a fare proselitismo, ma «restituzione della fede», che attraggano, grazie a un «apostolato contagioso». Anche le donne e i laici sono chiamati a testimoniare la fede, ancor più e ancor prima degli appartenenti al clero e agli ordini religiosi, come ha ribadito Papa Francesco pure nei suoi Messaggi per la Giornata Missionaria Mondiale del 2014 e del 2015. In quest’ultimo, poi, il papa scrive: «la Missione non è proselitismo o mera strategia, ma fa parte della “grammatica” della fede»; e continua: «chi segue Cristo non può che diventare missionario», «nell’immenso campo dell’azione missionaria della Chiesa, ogni battezzato è chiamato a vivere al meglio il suo impegno, secondo la sua personale situazione».

Si è cristiani, e missionari, quando si vive l’impellenza di «uscire» per testimoniare a ciascuno, uscendo dal proprio guscio, «la gioia del Vangelo». Occorre che ogni battezzato, persuaso di questa gioia, non la tenga per sé, ma, aiutato misteriosamente dallo Spirito Santo, la comunichi, la trasmetta, la condivida in modo creativo e audace, tra i limiti, le fragilità, le contraddizioni, i problemi e le angosce dei diversi contesti dell’annuncio, affinché, grazie a «una nuova stagione evangelizzatrice», tutti riacquistino l’intima certezza di passare dalle tenebre alla luce, «facendo amicizia con Gesù», in un contesto autentico di «fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti».

Utopia? Lasciamo che ogni cristiano, che voglia identificarsi come tale, rispondendo a un siffatto mandato missionario, incontrando volti e nomi come Chiesa in uscita, assumendo la Missione che Dio gli ha affidato come elemento centrale e indispensabile dalla sua identità più profonda, sperimenti che davvero questo sogno possa diventare realtà, e gettare le basi, su fondamenta ancora più solide e durature, del Regno di Dio, inaugurato da Cristo duemila anni fa.

di Nicola Di Mauro

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