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Africa. Speranze e contraddizioni di un continente

Da una prospettiva geopolitica, agli occhi degli osservatori internazionali il quadro globale del continente si presenta in modo frammentato e per nulla uniforme, come se l’Africa fosse spezzettata in tante Afriche, ognuna con le sue proprie e distinte specificità.

Diversi fattori concorrenti
Questa è l’opinione condivisa: l’Africa è un insieme di paesi con identità e strutture istituzionali peculiari con molteplici configurazioni politiche, etniche, sociali, religiose, economiche, culturali e ambientali. Basti pensare alla diversità che intercorre tra paesi come Etiopia, Nigeria o Sudafrica, oppure tra Uganda, Ruanda, Ciad, Sudan, Kenya e Congo RD, o ancora tra Libia, Egitto e Marocco. La diversità si manifesta poi anche all’interno dei singoli paesi.
A determinare le profonde differenze socio economiche di un paese rispetto a un altro paese, e di una zona (o fascia di popolazione) rispetto a un’altra all’interno dei singoli paesi, in cui si affiancano sacche di miseria e sottosviluppo a gruppi di privilegiati benestanti, sono diversi fattori: uno dei più lampanti è la modalità spesso arbitraria di gestione del potere da parte di ristretti gruppi di individui che fanno il bello e il cattivo tempo. Concorrono inoltre ulteriori fattori di natura esterna: la rapina e sottrazione di beni e risorse da parte di protagonisti della scena internazionale che fanno capo – e non è una novità – agli interessi delle multinazionali e delle grandi potenze occidentali, così come alle ambizioni espansionistiche della Cina o dei paesi arabi.

L’impianto democratico di stampo occidentale
Se fino a qualche decennio fa i colpi di stato in Africa erano all’ordine del giorno, adesso i governi dei vari paesi tentano di rendere più stabili le loro fondamenta istituzionali, ancorché con molta difficoltà.
La ragione di questa difficoltà sta nel fatto che in tanti paesi, soprattutto nella regione sub-sahariana, le istituzioni, spesso governate da persone elette con votazioni popolari, tendono ad essere occupate da classi dirigenti che cercano di perpetuare se stesse: un esempio eclatante che vale per tutti è il presidente camerunense Paul Biya, rimasto in carica come capo di stato per ben quarant’anni.
In controtendenza, la Nigeria ha dimostrato che la tenuta democratica delle sue istituzioni sta mantenendosi tale da ben sedici anni: l’elezione del candidato alla presidenza finora è garantita dal voto e non più da un golpe militare, e questo avviene nonostante i tanti problemi interni al paese, relativi non solo alle situazioni di povertà sempre più allargata nella popolazione (il 72% dei cittadini nigeriani residenti al Nord sopravvive a stento con meno di un dollaro al giorno), ma anche all’accanimento della strategia jihadista di Boko Haram, tendente a destabilizzare il Nord-est dello paese federale nigeriano (comprendente al suo interno più di 250 gruppi etnici non sempre in accordo fra loro e ben trentasei stati).

Il bisogno di acqua e di energia elettrica
Un altro fattore sul tavolo delle dispute fra paesi è la gestione della risorsa idrica. La disponibilità dell’acqua è strategica, e i tentativi di diversi paesi di accaparrarsela in modo esclusivo creano tensioni pericolose.
Un esempio può ritenersi in questo senso il sistema di dighe approntate sul Nilo, voluto in modo preponderante dall’Etiopia con il preciso proposito di far subentrare alle tradizionali coltivazioni del caffè, la produzione più redditizia di energia elettrica, sfruttando 63 miliardi di metri cubi d’acqua mediante un’opera di sbarramento artificiale di un bacino idrico equivalente a 1.800 chilometri quadrati di superficie, grazie all’intervento di una società di costruzione italiana.
L’obiettivo di Addis-Abeba, però, trova l’opposizione ferma di Sudan ed Egitto, a valle dell’Etiopia rispetto al corso del fiume, per i quali la risorsa idrica è necessaria tanto quanto per l’Etiopia.

Nigeria: il petrolio e Boko Haram
Altro ingrediente che mette in una seria situazione critica i rapporti di buon vicinato tra stati confinanti è naturalmente il petrolio. Lo dimostra l’esempio della Nigeria, primo produttore di petrolio in Africa, con una riserva di oro nero corrispondente a 37 miliardi di barili, mentre la raffinazione quotidiana del petrolio è calcolata nei termini di 1,8 milioni di barili al giorno.
In forza di questa egemonia economica, lo stato nigeriano si permette spesso e volentieri di porsi in concorrenza sul piano militare e politico-militare, per una presunta tutela dei confini territoriali, ma anche per il loro superamento, con il Ghana, per esempio, o la Liberia e la Sierra Leone.
Nello stesso tempo, per reagire all’offensiva terrorista di matrice islamica facente capo a Boko Haram, la Nigeria deve includere nel suo apparato militare l’appoggio di altri paesi come il Benin, il Ciad, il Camerun e il Niger, ma queste alleanze o collaborazioni militari non fanno piacere ad alcuni esponenti politici nigeriani, terribilmente gelosi del predominio territoriale e del prestigio che la Nigeria si è conquistata sul campo grazie alla produzione massima del petrolio, temendo che l’intrusione di altri paesi, pur intervenuti tramite accordi internazionali e panafricani per ragioni di protezione geopolitica rispetto alla minaccia jihadista, possa  inficiare, limitare o frenare le pretese di sovranità extra-territoriali cui mirano e aspirano taluni leader politici nigeriani.

Il “Rinascimento Africano”
Guardando al Sudafrica del dopo-Mandela, inoltre, ci s’imbatte in un’altra serie di problematiche che causano marcate interferenze o concorrenze fra gli stati africani nell’area meridionale del continente.
Infatti, il Sudafrica fa sentire intorno a sé una sorta di supremazia rispetto alle nazioni confinanti in virtù della raggiunta maturazione democratica e della propria stabilità economica.
Il fatto che il Sudafrica porti avanti per conto proprio, anche sul piano culturale, una sorta di progetto socio-politico denominato “Rinascimento africano”, facendo pesare anche oltre confine la propria presunta superiorità come nazione e come entità politico-territoriale che gode di un assetto stabile e in grado di realizzare livelli di benessere materiale tra i più elevati nel continente, non agevola i rapporti di buon vicinato, per esempio, con l’Angola, mentre con il Mozambico e lo Zimbabwe le cose, invece, vanno meglio per ragioni di convenienza reciproca, favorendo al proprio interno migrazioni di forza-lavoro e intese politiche ed economiche vantaggiose sia per l’uno che per gli altri.
Un problema molto grave in questa regione dell’Africa è poi rappresentato dalla guerra endemica che si sta da lunghissimo tempo svolgendo nella Repubblica democratica del Congo.
Anche il Sudafrica, in virtù di accordi e alleanze panafricane, sta soccorrendo questo paese martoriato. La ragione di questa strategica cooperazione militare, oltre che a finalità umanitarie, è da collegarsi a interessi economici locali. Infatti, nei pressi del fiume Congo si sta progettando di costruire una centrale idroelettrica che sarà in grado di fornire energia in abbondanza alle popolazioni del Sudafrica, così da soddisfarne appieno il fabbisogno.
Interagire politicamente ed economicamente con il Sudafrica conviene intanto anche a stati come Tanzania, Zambia, Namibia, in quanto si è delineato in queste entità territoriali il desiderio di realizzare gli obiettivi politico-sociali raggiunti Pretoria.

L’Unione Africana
Molte delle dinamiche geopolitiche che si stanno mettendo in moto nel continente sono dovute anche alle capacità d’azione e al ruolo operativo dell’Unione Africana.
Esistono, infatti, nel continente, diverse consociazioni tra stati, volte a promuovere intese e accordi reciproci per armonizzare le realtà regionali in cui confluiscono vari paesi con i loro problemi, dettati dalla mancanza o insufficienza di infrastrutture, dalla corruzione della classe politica compromessa in affari per gli interessi delle multinazionali e anche di potenze estere.
Questi stessi paesi che cercano di organizzarsi tramite aggregazioni associative cosiddette panafricane, tentano di rispondere in modo più organico a priorità quali, per esempio, l’assistenza sanitaria per le popolazioni, l’accesso al cibo e all’acqua, l’elettricità, l’istruzione, ecc., e di favorire la buona convivenza tra etnie e tribù locali.

Interventi militari quasi ovunque
Nella regione dei Grandi Laghi, intanto, paesi come Uganda e Ruanda intervengono militarmente nel territorio del loro vicino Congo RD tramite equipaggiamenti di armi e personale specializzato, con l’intento ufficiale di aiutare la critica situazione del paese, ma in realtà con l’obiettivo di sfruttare a proprio favore le sue grandi ricchezze, tra cui ad esempio il coltan, il ben noto minerale con cui si fabbricano computer e telefonini cellulari. Queste interferenze di natura militare comportano gravissime violazioni dei diritti umani, una delle quali è il reclutamento dei bambini soldato. Altre situazioni gravi si verificano quotidianamente in Sudan, nella Repubblica Centrafricana, in Mali, in Ciad, per citare alcuni degli stati dimenticati dai media e dal resto del mondo.

Il Ciad. Iniziative militari e nient’altro?
A conferma di quanto sostenuto sopra, il Ciad è governato da un presidente la cui avidità di potere e ricchezza pare non conosca limiti. Il fatto stesso che Idriss Déby, il capo di stato ciadiano, abbia annullato ogni vincolo temporale al suo mandato presidenziale, prolungandolo all’infinito, la dice lunga. I suoi interessi riguardano il mantenimento del proprio potere politico, mirando intanto a impadronirsi dei giacimenti di petrolio, fonte di ricchezza sicura, e a conservare la leadership sull’esercito, privilegiando la spesa militare.
Nel frattempo, questo capo di stato manda in soccorso della Nigeria, del Niger e del Camerun i propri soldati per contrastare l’avanzata dei Boko Haram.
Anche Déby vuole avere voce in capitolo in Africa, e se i suoi interessi non sono così trasparenti, un’esigenza in particolare gli preme: la quasi totalità della popolazione del Ciad ha un bisogno impellente di energia elettrica. Con il pretesto di cacciare via i terroristi islamici, egli ha in mente di ricevere in cambio una contropartita: l’acqua.
Gli Stati africani non riescono a uscire da un impasse che li sta irrigidendo in maniera piuttosto drastica: la guerra è il denominatore comune di vaste regioni del continente. Se si dialoga fra stati, lo si fa in tante zone con le armi.

Passi avanti
In questi contesti, passi avanti si stanno tuttavia compiendo e fanno ben sperare, anche perché, se finora le soluzioni militari sembrano prevalere su altre opzioni che risulterebbero più efficaci in termini di dialogo e confronto pacifico e di accordi politico-economici, il fatto molto positivo che paesi africani cerchino di consultarsi, confrontarsi e interagire, prendendo ciascuno coscienza dei problemi e delle urgenze degli altri, senza comunque trascurare le proprie necessità interne, attraverso meccanismi istituzionali di larghissimo respiro come l’Unione Africana, è davvero il segnale che un progresso politico-economico nel continente è concretamente possibile.

Per approfondire: Limes 12/2015, rivista italiana di geopolitica, “Africa, il nostro futuro”

Nicola Di Mauro

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