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Luca 05. Concepirai nel grembo

L’angelo annuncia a Maria il suo concepimento verginale. Uno studio del biblista De La Potterie.

Ogni anno, il 25 marzo si celebra l’Annunciazione del Signore. Quest’anno la data coincideva con la domenica delle Palme, ed è quindi stata «spostata» al 4 aprile. Desidero far conoscere uno studio dettagliato dei versetti relativi all’Annunciazione ad opera di P. Ignace de la Potterie che fu per molti anni professore di esegesi al Pontificio Istituto Biblico di Roma (e mio insegnante).
Ignace de La Potterie
(Waregem, 24 giugno 1914 – Heverlee, 11 settembre 2003) è stato un gesuita e teologo belga, conosciuto biblista, studioso di Sacra Scrittura, professore della Facoltà Biblica del Pontificio Istituto Biblico.

Mario Barbero

Nel racconto dell’Annunciazione vi è un’espressione unica per designare il “concepimento verginale” di Maria.
La pericope dell’Annunciazione è una delle più belle e delle più profonde del Vangelo di Luca; ma è anche una delle più complesse, spesso ancora interpretata in un modo approssimativo se non sbagliato. Proponiamo qui l’analisi di un solo versetto (Lc 1, 31), tenendo conto però di tutto il suo contesto.

– I –

L’angelo Gabriele viene da presso Dio per comunicare alla vergine Maria l’annuncio dell’Incarnazione ormai vicina. A Maria, che era la promessa sposa di Giuseppe, viene annunciato che diventerà verginalmente la madre del Figlio di Dio. Ma Dio, da molto tempo, aveva già preparato Maria a quella sua missione: infatti ella aveva sperimentato di essere stata «resa gradita» (kexaritvménh) a Dio, sotto l’influsso della grazia. Questo è il vero senso di quel «gratia plena», che noi recitiamo ancora sempre nella nostra preghiera, ma spesso senza comprenderne tutto il significato. Il passivo perfetto del verbo (kexaritvménh) indica che si tratta di un’azione passata della grazia su Maria, un’azione dunque anteriore all’Annunciazione: da molto tempo già, Maria aveva sentito di essere orientata interiormente verso un evento futuro ancora sconosciuto; aveva sperimentato in sé un profondo «desiderio di verginità» (san Tommaso); anche san Bernardo diceva che la grazia di Maria era «la grazia della verginità». Così, orientata da quella grazia, Maria era stata preparata alla sua missione propria, quella di diventare la madre del Figlio di Dio incarnato, ma in un modo verginale.

– II –

Vogliamo adesso esaminare attentamente quel versetto 1, 31, che costituisce il primo vero annuncio dell’angelo a Maria. Nel testo greco l’inizio del versetto viene formulato in poche parole: «Ed ecco, concepirai nel grembo». Queste parole, apparentemente banali, vengono stranamente ignorate da quasi tutti i commentatori sia passati che presenti. Vorremmo mostrare qual è il loro vero significato; l’angelo annuncia qui a Maria il grande paradosso: il suo concepimento, ormai vicino, sarà verginale. Quelle poche parole però devono essere integrate bene nel versetto completo, dove vengono distinti tre momenti successivi: 1) «Concepirai nel grembo e 2) partorirai un figlio e 3) gli porrai nome Gesù» (versione Utet, diversa dal testo Cei). Uno dei principali paradossi della situazione esegetica attuale attorno a questo testo è che spesso vengono omesse le parole «nel grembo», con la scusa banale che sono inutili, pleonastiche: non è evidente che la donna concepisce sempre nel grembo? 
Ma questo, lo sapeva ancora meglio di noi Luca, che era medico. Tuttavia Luca era pure evangelista; ora egli ha mantenuto quelle parole «nel grembo»: per lui dovevano avere un importante significato. Cercheremo di scoprirlo con l’analisi precisa del suo testo. Se molti moderni le omettono, è un’audacia pretenziosa, inammissibile; però ovviamente lo fanno perché non le capiscono. Perciò vorremmo mostrare che hanno un’importanza considerevole: sono l’annuncio, dato dall’angelo a Maria a Nazareth, che il suo concepimento si farà integralmente «nel grembo», sarà quindi completamente interiore; perciò sarà un concepimento verginale. Vediamo perché.

– III –

Anzitutto esaminiamo in ogni suo aspetto il nostro versetto Lc 1, 31, per coglierne le diverse sfumature nascoste. La cosa essenziale da tener presente è che si fa qui un riferimento indiretto alla celebre profezia sull’Emmanuele di Is 7, 14 (greco), alla quale rimandava anche Mt 1, 23, nel contesto dell’annuncio a Giuseppe. In Is 7, 14, come in Mt 1, 23, c’era la stessa formula: «Ecco la vergine avrà nel grembo e darà alla luce un figlio e chiameranno il suo nome Emmanuele» (in Is c’era la seconda persona: «chiamerai»). Nel testo di Mt, con riferimento a quello di Is, l’angelo spiega a Giuseppe come si realizzerà l’Incarnazione: «la vergine avrà nel grembo». 
Nella formulazione di Luca, paragonata con quelle di Is e di Mt, osserviamo però due singolari differenze: a) il soggetto della frase («la vergine», negli altri due testi) è scomparso; la ragione è che lì la frase era formulata alla terza persona, mentre Luca, presentando il testo in un dialogo diretto tra l’angelo e Maria, usa necessariamente la seconda persona («concepirai»). Ma così scompare anche la relazione diretta tra il verbo “concepire” e il soggetto “la vergine”. Tuttavia questo sostantivo “vergine” era già stato anticipato due volte da Luca nell’introduzione narrativa del versetto (Lc 1, 27: «ad una vergine […], il nome della vergine…»); ma il vero dialogo comincia soltanto al v. 28; 

b) anche il verbo è diverso: invece di «avrà nel grembo» (•n gastrì ≥jei) di Is e di Mt, Luca fa dire all’angelo: «concepirai [sullÄmcei] nel grembo». Ora, “concepire nel grembo” è una formula paradossale, nuova, assolutamente unica in tutta la Bibbia. Per quale motivo Luca ha introdotto una tale espressione strana, del tutto nuova, col suo aspetto apparentemente pleonastico? 
La ragione è abbastanza ovvia. Per parlare del concepimento ordinario di una donna, l’Antico Testamento usava solitamente due formule: “ricevere nel grembo” (p. es. Gn 28, 25; Is 8, 3, ecc.), in riferimento all’uomo dal quale la donna “riceve” il seme nel proprio grembo (il nome dell’uomo è talvolta indicato); oppure “avere nel grembo”, dopo il rapporto sessuale della donna con l’uomo, ma anche qui, dopo averlo “ricevuto” da un uomo; veniva così indicata una donna ormai incinta (cfr. Gn 38, 25; Am 1, 3, ecc.). 
Per Luca, quelle due formule erano escluse, perché egli sapeva che Maria aveva detto: «Non conosco uomo» (Lc 1, 34), sono vergine; la soluzione di Luca fu di sostituire quelle due formule bibliche usuali, ma entrambe ambigue, col verbo semplice “concepire” (sullambánein), anch’esso molto frequente nell’Antico Testamento (però sempre senza l’aggiunta “nel grembo”). L’evangelista invece adopera due volte il verbo “concepire”, ma con l’aggiunta apparentemente superflua «nel grembo»: osserviamo però che lo fa unicamente per Maria. 

Per capire la sua ragione, vediamo in che modo egli usa più volte quel verbo “concepire”, talvolta senza ma talvolta anche con la specificazione “nel grembo”. Ci sono quattro testi significativi da paragonare: due per Elisabetta e due per Maria. Ora, Elisabetta, essendo la moglie di Zaccaria e la madre del Battista, certamente non era vergine; non è per caso che per lei Luca usa due volte “concepire” senza l’aggiunta “nel grembo”: «Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi» (1, 24); e a Maria l’angelo spiega: «Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei [quella somiglianza tra le due parenti consiste solo nel fatto che tutte e due concepiscono, non però nel modo di concepire] un figlio nella sua vecchiaia» (1, 36). Per Maria stessa invece, Luca adopera due volte lo stesso verbo “concepire”, tuttavia questa volta con l’aggiunta «nel grembo»; il primo testo è proprio il nostro: «concepirai nel grembo» (1, 31); più avanti ancora si legge: «…come era stato chiamato [Gesù] dall’angelo, prima di essere stato concepito nel grembo» (2, 21). Questa formula “nel grembo”, apparentemente inutile e pleonastica, è unica in tutta la Scrittura; vuol dire che ha un senso speciale, e questo tanto più quando si osserva che si trova in questi due testi vicini (1, 31; 2, 21), entrambi per parlare di Maria: annunciano il suo concepimento verginale. 

Dal punto di vista storico-salvifico e teologico questi due “fatti linguistici” (quello di mantenere il verbo “concepire”, ma con la specificazione “nel grembo”) devono avere un duplice significato riguardo a Maria: da una parte, la ripresa del verbo tradizionale “concepire”, comunemente usato per tante altre donne, indicava che anche per Maria si manterrebbe il realismo fisico di un autentico concepimento corporale, non mitico (non si tratta di un teologoumeno!) d’altra parte, l’aggiunta «nel grembo», solo per lei, ammoniva che quel concepimento fisico doveva essere integralmente interiore («nel grembo»), senza nessuna penetrazione dal di fuori di un qualsiasi “seme virile”. Un tale concepimento totalmente interiore quindi doveva essere realizzato da una potenza reale, certo, ma non fisica; richiedeva un’azione fecondante, sì, ma spirituale. 
Ora, il nostro testo preparava e anticipava così il versetto 1, 35, dove verrà spiegato che proprio lo Spirito Santo doveva scendere su Maria, per effettuare in lei, cioè «nel grembo» di Maria, un concepimento reale, ma puramente interiore. Un tale concepimento, senza rapporto sessuale, dovuto alla «potenza dell’Altissimo», doveva necessariamente essere un concepimento verginale. Osserviamo finalmente che il versetto conclusivo del brano (1, 35b) mette molto bene in luce il significato storico-salvifico di questo concepimento verginale: «Proprio perciò [diò kaí]» dice l’angelo a Maria «il [figlio] che nascerà [da te] santo verrà chiamato Figlio di Dio». Dal confronto dei diversi versetti risulta che Gesù, se era Figlio dell’Altissimo (v. 32), era necessariamente Figlio di Dio (v. 35).

– IV –

Per concludere tutta questa analisi, rileggiamo attentamente, prima il nostro versetto 1, 31 nella sua articolazione interna in tre parti (il concepimento nel grembo di Maria, il parto di un figlio, l’imposizione del nome di Gesù), ma poi anche nel suo prolungamento del saluto anteriore dell’angelo, all’inizio di tutto il racconto (Lc 1, 28). Si scopre così una bella continuità, una vera progressione, nello sviluppo del tema della verginità di Maria. 
Da 1, 28 («gratia plena», spiegato sopra) sappiamo che Maria, da molto tempo, era stata preparata dalla grazia alla sua missione futura, con un misterioso “desiderio di verginità”. Al momento dell’Incarnazione poi, l’angelo le porta il grande messaggio: il suo concepimento prossimo si realizzerà, sì, ma «nel grembo», cioè senza rapporto sessuale: sarà quindi un concepimento verginale, effettuato in lei dallo Spirito Santo. Tra la lunga preparazione di grazia di Maria per la sua missione futura e la sua realizzazione effettiva nel suo grembo al momento dell’Incarnazione, la continuità era perfetta: Maria, dopo aver “concepito”, ma anche “partorito” verginalmente («ciò che nascerà santo», incontaminato) suo figlio Gesù sotto l’azione dello Spirito Santo, poteva presentarlo agli uomini come il Figlio di Dio. 
C’è un perfetto coordinamento tra questi versetti: dopo la preparazione di grazia di Maria (il suo profondo desiderio di verginità) viene l’annuncio del suo concepimento verginale e poi quello del suo parto verginale; queste tappe della vita di Maria dovevano rivelare al mondo che quel suo figlio, Gesù, era il Figlio di Dio. Ma al centro di tutto il racconto sta l’annuncio del concepimento verginale di Maria.

di Ignace de la Potterie

di Ignace de la Potterie (e Mario Barbero)

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Mario Barbero

Padre Mario Barbero, missionario della Consolata, nato nel 1939, è stato a Roma durante il Concilio, poi in Kenya, negli Usa, in Congo RD, in Sudafrica e ora di nuovo in Italia. Formatore di seminaristi, ha sempre amato lavorare con le famiglie tramite l’esperienza del Marriage Encounter (Incontro Matrimoniale).

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