Slow page dei Missionari della consolata

Guai a me se non predico il Vangelo

Il mio nome è Manuel Grau. Sono prete da 36 anni e sono attualmente in una missione del Nord della Costa d’Avorio, Dianra, e sono contento di essere là.

 

 

Il mio nome è Manuel Grau. Sono del Sud della Spagna, di Siviglia. Ho 63 anni. Dal 1970 sono nell’IMC. Dopo la formazione ho lavorato in diversi luoghi: Spagna, Congo, Spagna, Costa d’Avorio, Italia, Spagna e nuovamente Costa d’Avorio.
Sono prete da 36 anni e sono attualmente in una missione del Nord della Costa d’Avorio, Dianra, e sono contento di essere là.

Perché hai deciso di diventare missionario e, soprattutto, perché della Consolata?
Desideravo essere sacerdote fin da molto giovane. Quando sono entrato nel seminario diocesano si faceva ancora molta sensibilizzazione missionaria. Per me scoprire la missione è significato scoprire un mondo diverso, una possibilità d’impegno che allargava il mio desiderio di essere sacerdote.
A 19 anni sono entrato alla Consolata perché ne conoscevo diversi membri. Era l’istituto che mi era stato più vicino, con cui avevo avuto più contatti attraverso i miei formatori. L’essere in un istituto o in un altro all’inizio è un po’ circostanziale. Col tempo mi sono affezionato. Oggi, dopo alcuni momenti difficili, posso dire di essere contento.
Nonostante i nostri limiti, essere missionari della Consolata ti dà un orizzonte vasto, un’apertura grande, ti permette di sperimentare la fede in un modo diverso.
A me piace molto insistere – perché credo che sia una costante nella mia vita – sul fatto che la missione corrisponde a un’esperienza di Dio forte. Io non potrei capire la missione, o parlare della missione, o pensare alla missione se non come espressione, luogo, spazio in cui tu vivi la tua relazione di fede con il Signore. La fede è un elemento fondante della mia vita che mi ha fatto anche passare per momenti difficili.

Puoi dirci due parole sulla Costa d’Avorio, quali sono le sfide principali di quel paese?
Mi trovo per la seconda volta in Costa d’Avorio. La prima volta ci ero stato 3 anni. Ora sono di nuovo 3 anni che sono lì. Alcune delle sfide di quel paese sono comuni all’Africa Subsahariana, e alcune sono proprie dell’Africa occidentale. La costa d’Avorio era un paese relativamente prospero nel contesto africano fino a una decina di anni fa. Dopo, la crisi politica, l’instabilità economica, i problemi etnici l’hanno fatto sprofondare in un conflitto civile, politico e militare che ha prodotto 10 anni di crisi. Lì si parla di crisi, non di guerra, perché ci sono stati momenti di guerra, momenti di dialogo, momenti di cessate il fuoco, momenti di confusione, di ripresa delle armi… Ora sembra che tutto sia concluso con l’accesso al potere dell’attuale governo che ha vinto le elezioni e che si è insediato dopo mesi in cui ha dovuto usare la forza contro il precedente presidente che non voleva lasciare. Dunque questa è la situazione attuale: stabile, ma con un conflitto, secondo molti, non risolto.
La Chiesa è molto vivace, soprattutto dove ci troviamo noi nel Nord, in cui è molto minoritaria, in un contesto islamico e di religione tradizionale. È una frontiera della evangelizzazione in cui affianchiamo alle iniziative di promozione umana, tentativi di dialogo interreligioso. Particolarmente con i musulmani.
Le vie per il dialogo non sono facili da individuare, ma esso è una sfida da affrontare, anche a causa dell’emergere dei fondamentalismi. La nostra missione è vicina al confine col Mali in cui c’è, in questo momento, un conflitto di questo tipo. E abbiamo notizie certe della presenza anche da noi di cellule di tipo islamico radicale, anche se molto piccole. L’Islam dell’Africa dell’Ovest è generalmente molto aperto, molto tollerante, piuttosto sincretista con le religioni tradizionali. Per cui nella nostra zona non è facile coltivare l’islamismo radicale. In ogni caso il pericolo c’è, e credo che una sfida grande sia quella di sentirci inviati lì anche per loro. Anche se la nostra presenza non si traduce in «conversioni», che non sono l’unico indice della missione. Il dialogo con i musulmani lo portiamo avanti con la popolazione. Curiamo i rapporti con gli Imam delle moschee, andiamo a trovarli in occasione delle loro feste per fare loro gli auguri… abbiamo un buon rapporto. Il dialogo si fa più nella vita quotidiana con le persone, attraverso i nostri progetti.
La nostra missione è un servizio, un’amicizia, sono gesti di consolazione, sono progetti di promozione umana. Abbiamo un progetto di microcredito nel quale almeno metà delle donne sono musulmane. Abbiamo centri di alfabetizzazione di adulti in cui meno della metà sono cristiani, la maggioranza sono musulmani e aderenti alle religioni tradizionali.
La missione di Dianra è divisa in tre centri che funzionano come piccole parrocchie circondate da un certo numero di villaggi.
Per quanto riguarda l’evangelizzazione in senso stretto, la grande sfida credo che sia formare degli agenti pastorali minimamente preparati, perché c’è un tasso di analfabetismo molto elevato, e a volte abbiamo agenti pastorali quasi illetterati che sono chiamati a guidare delle comunità, a fare celebrazioni, nonostante sappiano leggere appena la Bibbia.
Di fronte a queste sfide così grandi ci sentiamo piccoli.
Anche il mondo della salute ci interroga molto, perché in esso incidono fortemente gli elementi religiosi tradizionali e culturali, producendo situazioni di grande sofferenza: a volte le persone malate, pur essendoci i mezzi per farle guarire, arrivano all’ultimo momento perché prima sono passate dai guaritori tradizionali, poi dalla medicina cinese, e da una medicina statale che funziona poco.
Noi facciamo poco, tentiamo di offrire un servizio di salute di base, molto elementare, però serio, alla portata delle persone. Tutto ciò accompagnato dall’ascolto, dalla relazione personale. Perché molte volte la dimensione religiosa e la mancanza di salute vanno insieme.
Se tu chiedi a dei catecumeni che fanno il cammino per diventare cristiani, da dove vengono, qual è il loro percorso umano e spirituale, al 99% dicono di essere malati, ma anche di malattie dello spirito: «Ero tormentato, non dormivo, avevo dei sogni»… Essi vengono a cercare la salute e la pace, la pace del cuore, la serenità interiore. Penso che queste siano situazioni molto simili a quelle in cui si trovava Gesù, raccontate soprattutto nei Vangeli sinottici. A noi le persone chiedono le benedizioni. Ti senti a volte un po’ stregone… Però mi dico che Gesù si trovava nelle stesse situazioni e non faceva troppe distinzioni… dopo di ché molti non diventavano discepoli: guarivano, mangiavano, e andavano via. A me rivivere quelle situazioni del Vangelo dà molta luce per capire se stiamo facendo bene o no.
Credo che la chiave sia cercare una grande vicinanza alle persone, spendere molto tempo a visitare. Da un po’ di tempo ho iniziato a visitare una zona del nostro territorio in cui non ci sono cristiani. Vado al solo scopo di immergermi nella gente, ascoltare, capire quello che noi possiamo eventualmente offrire insieme alla testimonianza della fede: alfabetizzazione, microcredito, aiuto alla scolarità, salute.

Qual è il contesto in cui lavori?
La zona di Dianra è eminentemente rurale. Sono presenti due etnie: la più importante è la senufo composta di agricoltori, e l’etnia dei Dioulà, prevalentemente commercianti, che derivano dai Malinkè e sono originari del Mali. La nostra realtà è composta da alcuni centri più grossi e da molti villaggi piccoli e sparsi in una savana molto ricca in agricoltura, tanto che stanno distruggendo la poca foresta che resta per fare campi di cotone e di anacardi per l’esportazione, e per coltivare prodotti di consumo famigliare come riso, arachidi, mais, legumi, verdure, ecc.
L’unica industria presente proprio al centro di Dianra è una fabbrica per la prima lavorazione del cotone. In città c’è un buon numero di maestri, funzionari dello stato, agenti di salute, che in genere sono originari del Sud del paese. Un gruppo importante per la pastorale della parrocchia, francofono perché è composto di persone non locali.
In generale c’è molta povertà. Benché ci siano diverse scuole, la scolarizzazione è bassa, perché i bambini, soprattutto nei villaggi piccoli, sono impegnati nel pascolo e nei lavori in campagna. Nei genitori la coscienza che l’istruzione sia un diritto del bambino non è ancora entrata. Può capitare che mandino un figlio, tendenzialmente maschio. Le famiglie sono numerose, anche perché i lavori sono svolti dai suoi membri. È anche per questo motivo che c’è la poligamia, perché porta forza-lavoro. In Italia i figli sono un problema economico, là è tutto il contrario. Questo è uno dei valori della cultura locale. Nonostante stiano iniziando a entrare anche lì le pratiche abortive, il massimo desiderio di una donna è avere figli. E il dramma di tante donne è il fatto di non poterli avere, e gli aborti spontanei.
L’autorità dei capi tradizionali è ancora molto forte. La struttura statale si sovrappone a quella tradizionale, e a volte non concordano. E la gente segue di più quella tradizionale: è il capo villaggio quello che di solito dirime le questioni, i conflitti nelle comunità.

Qual è la difficoltà più grande che incontri?
La difficoltà più grande per me è l’influenza negativa che alcune parti della cultura tradizionale ha sulla vita delle persone. Tutti sappiamo che la cultura africana ha valori immensi di umanità, di amore alla vita… ma c’è poi anche una dimensione che genera paura, negligenza, passività nelle persone. Le persone si sentono oggetto del destino, non si sentono protagoniste della loro vita.
Questo per me è come un muro… l’ignoranza, le paure, il fatalismo, la mancanza di libertà interiore. Salvando i valori tradizionali buoni, questi altri aspetti sono una barriera contro cui la fede cristiana si scontra.
Ad esempio certo culto ai morti: un malato viene magari lasciato morire perché si crede che abbia ricevuto un malocchio o qualche maledizione. È semplicemente condannato a morire. Poi, una volta morto, si mobilitano tutti per il funerale, per fare rituali utili ad allontanare l’anima del defunto dal villaggio, perché non disturbi. E per questo spendono molti soldi. Per noi cristiani è l’opposto: noi curiamo i malati. E se poi muoiono, l’unica cosa che possiamo fare è pregare. Il resto è paganesimo puro.
Un altro esempio sono i bambini che muoiono durante il parto perché le madri non si fanno seguire durante la gravidanza, o fanno lavori nei campi quando sono incinte.
La visione religiosa tradizionale prevede che tu ti relazioni con l’essere supremo, con gli spiriti, per avere vantaggi: perché il raccolto sia buono, per avere la salute, per avere un figlio. Per avere vantaggi di tipo umano. Questa è una logica che può anche essere positiva, e che può indurre a iniziare un cammino cristiano, ma che poi deve essere superata.

Una tua soddisfazione?
La mia soddisfazione, a livello d’Istituto, è che le due comunità presenti qui al Nord, Dianra e Marandallah, distanti 80 km tra loro, sono molto affiatate. Siamo due comunità che servono tre parrocchie. Una di queste la seguiamo insieme. Abbiamo un progetto condiviso molto bello, molto ben riflettuto, rivisto ogni anno.
Per quanto riguarda la gente, l’aspetto bello è che trovo persone veramente credenti. In questo contesto che pare essere tutto l’opposto, trovo delle persone per le quali mi domando: «Chi ti ha dato questa fede?». Questa è la cosa che a me personalmente stimola di più, e m’incoraggia a dire: «Qui c’è Dio che si fa incontrare da queste persone. Veramente Dio è qui all’opera». Altrimenti umanamente non puoi capire come possano accadere episodi come quello capitatomi un anno fa: visitando un villaggio in cui non credevamo ci fossero cristiani abbiamo trovato un uomo che in un altro villaggio era stato direttore della corale della missione, e che in quel villaggio aveva iniziato un gruppo. Quando siamo arrivati, quel gruppo contava già 15 persone! Così: cadute dalle mani di Dio!

Ci racconti un episodio significativo della tua vita missionaria?
Nell’ottobre 2012 ero nella città di Korhogo, ospite dei padri Bianchi, per fare due mesi di lingua senufo. Ero a 130 km da Dianra. Korhogo è il capoluogo di tutta l’etnia senufo. Io sarei dovuto tornare in missione per un incontro comunitario delle due comunità, e mentre aspettavo il trasporto pubblico giravo nel mercato provando a praticare quel po’ di lingua che stavo imparando. Ho trovato un uomo che vendeva polli: non per essere mangiati, ma per essere sacrificati agli spiriti, secondo una pratica della religione tradizionale particolarmente diffusa tra i Senufo. Comunque, mi ha detto: «Vedo che tu porti la croce. Dove c’è la Parola di Dio i polli non hanno niente da fare! La Parola di Dio ti da molta pace nel cuore, ma io non ho il coraggio di diventare cristiano».
È solo un piccolo aneddoto che fa capire quanto la religione sia molto presente nella vita quotidiana di tutti. Non è come in Italia, dove parlare di religione è una cosa strana.
L’uomo dell’aneddoto l’ho incontrato ancora altre volte, e siamo diventati amici. Ho anche comprato un pollo, ma gli ho detto che l’avrei usato per mangiarlo, non per i sacrifici.

Quali sono secondo te le grandi sfide della missione del futuro?
Io penso che una sfida della vita missionaria e della riflessione teologica, missiologica, è l’incontro tra le religioni: creare un cammino di dialogo e di intesa capace di non nascondere che il Vangelo ha una vocazione missionaria, aspira a diffondersi, a essere presentato, offerto. Combinare questa riflessione teologica con la vita pratica della missione è secondo me molto importante. Altri fronti sono la giustizia, l’integrità del creato. Ma quello che io sento molto forte è il fronte del dialogo interreligioso (che per noi a Dianra si esprime con i musulmani), e dell’inculturazione (che si esprime nella relazione con il mondo della religiosità tradizionale). Io sento importante tenere insieme la necessità del dialogo e la necessità dell’evangelizzazione. Come diceva San Paolo: io non posso non parlare della mia fede. Ovviamente senza cadere nel proselitismo, nell’integralismo, nell’intolleranza.

Cosa possiamo offrire al mondo come missionari della Consolata?
La ricchezza che abbiamo noi, come tutti i missionari, è il Vangelo. E con il Vangelo possiamo offrire un nuovo modo di vivere, la dignità, la promozione della persona umana, la consapevolezza delle possibilità presenti in ogni persona, la libertà. Il Vangelo rende più dignitosa la vita. Dopodiché noi abbiamo lo specifico della consolazione: il nostro modo di vivere il Vangelo è la consolazione che porta alla libera conoscenza di Gesù Cristo. Per questo dobbiamo essere persone di fede, una fede viva, coltivata, curata.

Ci suggerisci uno slogan da proporre ai giovani dei nostri centri missionari. Che frase, slogan, citazione proporresti, e perché?
Guai a me se non predico il Vangelo.
Noi missionari in generale siamo molto apprezzati, anche all’interno della stessa Chiesa, per le opere umane che portiamo avanti… ma il nostro specifico è l’evangelizzazione: predicare il Vangelo.
La ragione è perché Cristo è entrato nella mia vita, e perché io vivo un rapporto con lui.
Io non posso fare a meno di questo rapporto.

di Luca Lorusso

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